L'impiego della fiaba in letteratura
Le favole sono da sempre uno dei più graditi passatempi per i bambini di ogni epoca. Quando non esisteva ancora la televisione il modo più frequente e spesso il più fruttuoso per intrattenere i piccoli era con una fiaba o un racconto a seconda dell’età degli ascoltatori. La favola raccontata dalla mamma o dal papà prima di dormire era ed è ancora, in qualche fortunato caso, una piacevole abitudine che crea un momento di grande intimità familiare favorendo il sonno dei bambini che spesso sono un po’ recalcitranti di fronte alla prospettiva di lasciare la loro piacevole realtà affettiva per entrare nel mondo sconosciuto di Morfeo. Per le varie figure che ruotano attorno al bambino la favola , insieme al gioco, costituisce uno strumento privilegiato di contatto, che oltre ad una funzione ludica racchiude una valenza tranquillizzante.
Anche per questo motivo educatori e puericultori che lavorano in istituti, asili nido e scuole materne ne fanno largo uso. Nel programma di molte scuole materne è inserito un momento quotidiano dedicato alla lettura o racconto di favole accompagnate spesso da giochi di gruppo e canzoncine mimate; è di solito un momento rituale molto gradito ai bimbi che partecipano con entusiasmo.
Di favole e racconti ne sono stati scritti e tramandati fin da tempi antichissimi, spesso con lunghi viaggi attraverso i secoli, giungendo fino a noi colmi dei segni del tempo e della storia.
Anche i contenuti delle favole sono dei più vari e fantasiosi. Le favole più classiche, quelle dei fratelli Gimm o di Andersen, dai contenuti spesso molto forti, propongono conflitti difficili a volte abbastanza scioccanti anche per degli adulti. Nonostante questo da secoli vengono raccontate a bambini di tutto il mondo e sono gli stessi bambini a chiedere che vengano loro lette più volte. Come gli adulti anche i bambini sono attratti dalle storie che attraversano la luce e il buio e permettono di confrontarsi con le parti cattive e con quelle buone di ognuno di noi.
La favola è il mezzo più adatto per far pervenire al bambino dei messaggi indiretti ch’egli può ascoltare ed elaborare con più facilità.
Già l’utilizzo di racconti nella terapia degli adulti ha avuto uno dei suoi sostenitori in Erickson che ne faceva uno strumento terapeutico in piena regola. Sono noti i suoi racconti “didattici” che pare conducessero a sorprendenti esiti terapeutici.
Anche alla favola è stato riservato un interesse molto particolare come veicolo di insegnamento di antica saggezza.
Nel suo libro “donne che corrono con i lupi”, la psicoanalista junghiana Clarissa Pincola Estès ha analizzato una serie di favole e miti provenienti dalle popolazioni indigene del vecchio e del nuovo continente, portando alla luce, sulla base di una interessante interpretazione psicoanalitica, i significati archetipi e gli insegnamenti che si celano sotto un fine simbolismo. La favola quindi ha una funzione educativa dal latino “educere” (Volpi, 1971) cioè indicare la strada per una crescita personale che nei miti e nelle fiabe è rappresentata spesso come un percorso irto di ostacoli superabili tramite fasi precise. La protagonista di una delle fiabe analizzate dalla Pincola Estès e che viene narrata in Russia, in Romania, in Jugoslavia e in tutti i paesi baltici, è una bambina che riceve in dono dalla madre morente una bambola, accompagnata dal consiglio di tenerla sempre con sé. Se l’avesse sempre nutrita ed ascoltata essa l’avrebbe sempre aiutata nelle difficoltà.
In questo suo saggio l’autrice (1992,pag.81) dice di questa fiaba: “Vassilissa è la storia del passaggio di madre in figlia, da una generazione all’altra, del potere femminile dell’intuito. Questo grande potere, l’intuito, si compone di capacità di vedere dentro, di ascoltare, di sentire e sapere veloci come il fulmine. Per generazioni questi poteri intuitivi sono diventati come correnti sepolte dal discredito e dal disuso”. Quindi il messaggio della fiaba, secondo l’autrice, mette in risalto l’importanza dell’intuito nel processo di crescita, intuito che ci riporta all’irrazionale, alla sfera emotiva che è quella in cui ritroviamo le nostre origini, la madre appunto. Appare quindi possibile l’utilizzo della struttura della fiaba per accompagnare il lavoro dell’educatore nel difficile compito di favorire la crescita affettiva e psicologica del bambino, facendo riferimento al compito di “educere”. Secondo questo tipo di utilizzo si tratterebbe di uno strumento di prevenzione ottimale, senza forzature o intenti “formativi” come vorrebbe un altro verbo latino “educare” traduzione del verbo “paidagogheo” che si riferiva al lavoro dello schiavo “pedagogo”, che “conduceva fuori” e “istruiva” i figli dei padroni (Volpi,1971) e quindi lavorava ad un livello soprattutto razionale.
L’utilizzo delle fiabe come lo intendiamo in questo contesto non ha lo scopo di istruire il bambino sulla base di un modello sociale al quale deve adattarsi quanto di favorire la maturazione interiore, affettiva ed emotiva. A partire da questo concetto, infatti ecco che la favola acquisisce un valore educativo e risponde alla reale e fondamentale esigenza del bambino di sentirsi seguito e capito nel suo cammino di crescita. “Si potrebbe dire che mentre la funzione istruttiva risponde ad un’esigenza sociale esterna al bambino che richiede al bambino di adattarsi e che ha la caratteristica di essere imposta più o meno direttivamente, la funzione educativa risponde di più ai bisogni interni del bambino, partendo dall’osservazione attenta e rispettosa del suo mondo emotivo e seguendolo passo passo durante la crescita” (Volpi, 1971)
Già la Duss nel 1940 comprendendo la naturale disposizione infantile ad identificarsi con i personaggi delle favole ha elaborato un test diagnostico composto da dieci piccole storie che il bambino deve completare. Ciascuna favola si riferisce a una situazione che corrisponde ad uno stadio di evoluzione dello sviluppo psichico secondo la teoria psicanalitica. Ed è proprio la formulazione del test in forma di favola che permetterebbe la raccolta di indicazioni sui problemi dello sviluppo dell’affettività infantile.
Dunque sotto la veste di favola è possibile creare diversi strumenti psicologico-educativi che spaziano dalla diagnostica, alla prevenzione, alla cura.
Nel lavoro che prende avvio dalla ricerca clinica del Centro CIRSOPE diretto per 35 anni dallo psicanalista Vittorio Volpi, dalla quale anche noi attingiamo, la funzione preventiva della fiaba nasce da quella curativa. All’inizio infatti le favole con elaborazione psicoanalitica sono nate per giungere meglio in comunicazione con i piccoli pazienti psicotici che facevano fatica a esprimere il loro disagio. Per questo tipo di fiabe si parte sempre dal mondo emotivo del bambino e dai suoi propri vissuti per elaborarli in maniera più comprensibile per lui in forma di fiaba. E’ un paziente lavoro di ascolto che porta alla scrittura di queste fiabe e al loro utilizzo, attraverso la loro lettura da parte dei genitori, parte attiva e determinante per la riuscita della terapia. E’ attraverso di loro che avviene la più consistente raccolta di dati che prelude al lavoro con e per il bambino.
Dalla funzione terapeutica si è poi passati all’estensione del loro utilizzo in sede preventiva, utilizzando lo schema base per elaborare le paure più comuni nei bambini, fornendo loro un messaggio di rassicurazione finale che ha lo scopo di rinforzare la fiducia nel legame emotivo con i genitori. Questo lavoro preventivo tende anche alla valorizzazione del mondo emotivo di ciascun bambino, e ad accrescere dunque la sua identità e la sua autostima, base per un rapporto con se stessi sereno e sicuro.
La struttura utilizzata è di solito di questo tipo: Presentazione della situazione iniziale; in questa fase si descrive una situazione normalmente serena con la presenza della famiglia al centro. Alcune volte viene presentato un ulteriore elemento che possa veicolare la rassicurazione del bambino (nel caso della fiaba utilizzata nel progetto si tratta della perla) simbolo della presenza dei genitori e della loro protezione. Poi si passa all’incontro del o dei protagonisti con la situazione di pericolo cioè con l’interferenza esterna. Ai tentativi di risolverlo in solitudine e nella sfiducia. Ed infine alla risoluzione tramite il riferimento alla ricchezza emotiva del rapporto con i genitori.








