Dentro la rete le strutture di sopravvivenza

E quando dentro alla rete non hai scampo, devi cercare di sopravvivere con addosso tanta tanta paura che i pescatori possano tirarti a riva dove moriresti per mancanza d’acqua e di aria e di luce. Per mancanza di amore.
Quindi dentro al rete è gioco forza cercare di sopravvivere o adattarsi , o trovare un nuovo equilibrio in questa situazione di separatezza dal proprio ambiente naturale dalle persone che ti amano (quelle che ti facevano nuotare vicino vicino alla loro pancia)
Chiusi nella rete poi, ci si sente soli.
In quel momento la paura è così forte che si rischia di dimenticarsi i giorni belli tutta la gioia trascorsa, il divertimento la sicurezza e la spensierata felicità.
E’ la paura forte che acceca, che distorce al realtà, che fa sentire i genitori così lontani tanto da metterti nel panico.
Anche il Cristo fatto uomo pronunciò le famose parole nel momento in cui sembrava essere maggiormente stato separato dal Padre: “Padre perché mi hai abbandonato” o ancora senti l’angoscia e la paura nell’orto degli Ulivi.
Anche Gesù come uomo ebbe paura di venir sradicato dal rapporto con il Padre.
La rete separa crea paura di abbandono la quale crea panico e il panico quando è forte rende ciechi o sordi.
Gli animali feriti non riescono più a comprendere che c’è qualcuno che si vuole avvicinarli per curarli, azzannano chiunque si avvicini non distinguendone l’intenzione.
Noi uomini e “cuccioli d’uomo” ( passateci il termine ) facciamo lo stesso.
Non a caso ricercando il significato etimologico della parola “depressione” si viene progressivamente rimandati alla parola “terrere” che significa TERRORE.
Eccone i passaggi da “Avviamento all’Etimologia Italiana” Dizionario Etimologico . Ediz.Le Monnier 1976 Firenze.
Pagina 121 Depressione, dal latino depressionis nome dell’azione di deprimere.
Pagina 121 Deprimere dal latino deprimere, composto da de e premere vedere la voce premere.
Pag 328 Premere . deriva dalla radice Per cioè “battere” “schiacciare” che si conserva senza ampliamento nell’ area slava e che in latino ne ha avuti due diversi nel tema del pre. in “em” parallelo a quello di TREMERE, Vedere al voce tremare.
Pagina 438 Tremare :Latino volgare “tremare” forma durativa intensiva di “tremere” con esatte connessioni nelle aree tocaria e baltica:
Alla forma “trem” si accompagna una forma parallela “tres” attestata nelle aree indo–iranica , greca, celtica, e nella variante “ters” nel latino Terrere.
Vedi la voce TERRORE.
Dunque non sempre il bambino può riuscire ad elaborare una prolungata interferenza nel rapporto con le figure di riferimento anzi molte volte reagisce con terrore, disorientamento emotivo, dolore e inizia in lui un processo di destrutturazione della personalità.
Sotto l’effetto di questa convinzione della lontananza emotiva dal genitore, il bambino prova così tanta paura, così tanto dolore, che cerca di anestetizzarli. Diventa cioè cieco e sordo nel sentire.
Così facendo, come fanno i delfini piccoli intrappolati nella rete, non si accorge più che i suoi genitori sono lì fuori, pronti a dare aiuto, anzi hanno già fatto un buco nella rete per farlo uscire.
Anestetizzati i suoi sentimenti, la sua paura, il suo dolore, non vede più nulla, non sente più nessun richiamo, ha distorto la realtà.
Non vede più i genitori non chiede più aiuto a loro non crede forse neanche più nella loro presenza..
In questa situazione di emergenza, sopravvivere diventa vitale e così i delfini ( bambini) ci provano.
Ognuno tira fuori il suo ingegno per sopravvivere nella rete, prigioniero e cieco nel sentire e nel vedere la disponibilità dei genitori.
Ricordiamo che questa disponibilità (salvo rari casi) è sempre presente in un genitore, qualsiasi sia la sua condizione sociale o culturale, qualsiasi sia il suo grado di cultura.
A questo punto la fiaba ben descrive come i delfini cercano di ingegnarsi per sopravvivere.
Qualcuno cerca di cambiare identità, vorrebbe scordarsi di essere proprio lui, lì in quel momento, qualcun altro vorrebbe fingere che il dolore non ci sia; altri ancora spinti dalla rabbia e dall’aggressività finiscono con il farsi del male.
Qualcuno ancora ha così nostalgia dell’intimità con i genitori e dello “stare vicino alla loro pancia” che si farebbe abbracciare da chiunque pur di far passare questa paura.
C’è addirittura chi spera che i propri aggressori possano ascoltarlo (“potremo chiedere che ci mettano nei loro acquari”).
Questo è il punto certamente più drammatico dell’intera fiaba, ma che ben rappresenta la situazione emotiva di quei bambini che sono più a rischio di non reagire emotivamente ad esperienze di abuso.
A questo proposito riprendiamo qui una reale esperienza, raccontata da un giovane durante l’analisi.
Egli durante la sua prima infanzia veniva spesso mandato in colonia poiché i suoi genitori non potevano permettersi di pagare le vacanze al mare, utili per la sua salute.
Questo bambino alla fine dell’anno scolastico per diversi anni (frequentava una scuola dalle 8 del mattino alle 18 di sera) faceva qualche settimana di vacanza poi subito riparte per la colonia.
Mentre, come tutti gli altri bambini della sua età, avrebbe voluto trascorrere le vacanze vicino ai suoi genitori, per staccare un po’ dalla continua stimolazione esterna e ricaricarsi.
I periodi di soggiorno in colonia duravano anche più di un mese.
E’ ovvio che il senso di abbandono e di solitudine rappresentavano emozioni fortemente sperimentate in questo bambino ( si sa inoltre che in colonia non si possono avere contatti con i genitori di nessun genere).
Il bambino cercava di resistere a questa situazione e a queste emozioni, solo aspettando il momento di tornare a casa.
Il sonno e la notte venivano presi dal bambino come gli unici rimedi a questo senso di abbandono e solitudine.
Come se il buio , il silenzio l’assenza di rumori e di rapporti, potevano rappresentare l’unico momento di serenità sperimentabile, l’unico momento in cui questo bambino pensava di poter ritrovare se stesso.
Ma una notte questo bambino venne svegliato dal vicino di letto che era un ragazzo più grande di lui di almeno 5 anni, il quale iniziò ad allungare la mano cercando di toccargli il pene.
La paura di questo bambino fu tanta, come pure il senso di colpa, ma egli rimase fermo e paralizzato non certo perché provava piacere, ma perché aveva tanta paura che il ragazzo più grande di lui potesse fargli del male.
Da una parte la paura fu il sentimento principale per cui il bambino subiva, dall’altra invece sembrava quasi che quell’essere toccato rappresentasse comunque una specie di attenzione che egli sentiva di ricevere in risposta al suo grande senso di solitudine.
Una risposta certamente sbagliata.
Meglio sarebbe stato se le educatrici e i responsabili della colonia avessero lasciato i genitori stare di più con il bambino quando venivano a trovarlo.
O anche meglio ancora se il Comune avesse aiutato la famiglia ad andare tutta insieme in vacanza.
Comunque i toccamenti del ragazzo più grande proseguivano nel cuore della notte. Tutti dormivano, nessuno vedeva, nessuno sentiva, il bambino incamerò questa esperienza.
Al momento del suo ritorno a casa e del reincontro con i suoi genitori il bambino non disse nulla, forse non ricordava neanche, impegnato com’era a cercare di tenere dentro paura e solitudine.
Ma dopo qualche anno, una volta preadolescente egli si ritroverà a fare con un bambino gli stessi gesti che ha subito lui quella notte in colonia.
Chi è la vittima e chi il carnefice a questo punto non si capisce più.
Quello che si capisce è che il bambino, a seguito di una grande prolungata INTERFERENZA EMOTIVA nel rapporto con i propri genitori (i lunghi periodi di permanenza in colonia che seguivano i lunghi periodi di permanenza nella scuola) , aveva completamente abbandonato le sue difese.
Si era fatto toccare senza sapere, senza dire di No, senza chiedere aiuto, né reagire.
Poi si era sentito in colpa ma così in colpa che nulla aveva più detto.
Ma in lui come abbiamo visto, questa esperienza aveva lasciato una traccia profonda, tanto è vero che poi egli stesso , una volta divenuto adolescente, la ripropose su un altro bambino.
Nell’accezione comune e forse anche in quella riferita al racconto precedente si è spesso molto veloci nel giudicare negativamente l’operato dei genitori di quel bambino.
Si fa presto a giudicarli colpevoli dei problemi del figlio.
Superficialmente a tutti verrebbe da dire “perché questi genitori non si occupavano del loro figlio durante le vacanze estive?”.
Tutti potrebbero puntare l’indice contro di loro, come se fossero dei genitori incapaci o che trascurano il figlio.
In realtà non è così, la loro decisione di mandare il figlio in colonia non SMINUISCE LA LORO CAPACITA’ DI AMARE IL FIGLIO .
Fu il medico anch’esso spinto da buoni propositi a consigliare ai genitori dei soggiorni al mare per questo bambino.
Ma in tutto questo le emozioni del bambino dove sono finite.?
Poiché sono state proprio queste emozioni ad essere da una parte la causa dell’accettazione di quelle attenzioni e dall’altra sono state proprio le emozioni successivamente provate dal bambino durante l’episodio. ad essere da lui censurate e negate.
Il grande bisogno di rassicurazione emotiva e fisica da parte di questo bambino, il suo senso di abbandono è stato dapprima “sfruttato”dal ragazzo più grande, poi però al ritorno a casa censurato dal bambino stesso.
I bambini che sono più a rischio di sperimentare simili fatti quelli che si ritrovano emotivamente più esposti, quelli più “a rischio” sono dunque quelli che si convincono di non poter più contare sull’amore dei loro genitori .
Quelli che decidono e pensano non sia più possibile chiedere aiuto ai genitori stessi.
Quelli che si dimenticano di essere stati abbracciati e non chiedono rassicurazioni emotive o abbracci ai loro genitori neanche quando ne sentono il forte bisogno.
Quelli che reprimono con forza questo bisogno.
Quelli che pensano che l’interferenza subita sia più forte della capacità di amare del loro genitore verso di loro.
Tanta rabbia avrà un bambino così, quanta maggiore sarà la sua sensazione di impotenza nel chiedere aiuto.
Tanto sarà grande la rabbia di un bambino così, tanto maggiore sarà la sua convinzione che non è percorribile il canale dell’amore del genitore per lui.
Tanto sarà più grande il suo disorientamento quanto maggiore sarà la sua distorsione nella percezione dell’aiuto dei suoi genitori.








