Le tante sfumature della comunicazione
Tante, variegate e variopinte sono le sfumature della comunicazione, fin dalle sue origini. Il termine deriva in parte dal latino "communicàre" che significa "render comune" e in parte dal greco antico “koinonèo”, che significa della comunità. L’aggettivo latino “communis”, che significa “reciprocità”, a sua volta è alla base del verbo “communicare”, poiché composto dalla preposizione cum e dall’aggettivo munis, il cui iniziale significato è “condivisione di una carica”.
Il senso dunque! Il valore alla base della voce communis non è solo quello di parlare, di trasmettere un messaggio, semmai ne è la diretta ed immediata conseguenza. Andando a ritroso il valore fondamentale che sembra aver accompagnato la voce communis è quello dell’interazione, della reciprocità, che rende possibile ed attuabile anche uno scambio verbale e non.
Pensate ad una mamma con il suo neonato: quest’ultimo non comunica a livello verbale eppure c’è una intensa comunicazione tra i due. Un’interazione fatta di sguardi, smorfie, sorrisi, momenti in cui la mamma si avvicina e momenti in cui il piccolo la cerca per sentirsi rassicurato e soddisfatto nei suoi bisogni primari. Il neonato comunica con i sensi, è attratto dall’odore della mamma, respinge gli stimoli che per lui sono troppo forti, ricerca ciò che gli da soddisfazione orale, si rilassa (quindi si addormenta, mangia e defeca) quando si sente al sicuro e protetto. Da questi comportamenti un genitore impara a capire, interagire e comunicare con il piccolo.
Crescendo il verbale si integra nella comunicazione fino a divenirne la parte predominante. Un passo che aimè tende a reprimere anzichè valorizzare ogni canale comunicativo; spesso infatti le persone più o meno consapevolmente limitano molto il proprio e personale potenziale comunicativo.
La comunicazione non è fatta solo di parole, che messe insieme danno un senso “condiviso” a ciò che si vuole esprimere. Condivisione che cessa di esistere quando il nostro interlocutore anziché ascoltare interpreta anteponendo il suo sentire al mio volere, desiderare….
Le persone comunicano in tanti modi, ma spesso non lo sanno e non se ne accorgono: la donna o l’uomo che cucina per i propri cari comunica il piacere di riunirsi attraverso il piatto che presenterà; le persone che invitandoci a casa loro ci accolgono con un inebriante profumo per la casa ci fanno sentire ben accolti; una persona che ci stringe la mano e ci sorride nel farlo ci comunica il suo piacere nell’incontrarci; una persona che ci sorride per strada ci sta salutando; un bambino che strattona mamma e papà comunica che ha voglia di stare con loro; un bambino che urla la sera interrompendo mamma e papà intenti a parlare tra di loro stà comunicando in maniera accorata un “…venite a giocare con me!!!!”.
Tanti comportamenti, poche parole ma mille e più significati.
Eppure se non si usano le parole è come se non si comunicasse.
Ma anche il silenzio è comunicazione. Può significare bisogno di riposo, di raccoglimento, di riflessione, di studio, di pausa, di meditazione, ma anche di stupore, di gioia, di paura, di tensione emotiva, di opposizione, di astio, di forte emozione. Tanti significati eppure anche qui è tipica e diffusa la fatica a sintonizzarsi con il silenzio dell’altro. Se uno è in silenzio di riflessione o raccoglimento è facile che l’altro lo viva come momento di pausa, di riposo. Se questa stessa persona è arrabbiata o vive situazioni di grandi tensioni emotive, mai condivise tra l’altro, può indurre e favorire ad un silenzio forzato e mal vissuto da tutti, ma soprattutto da se stessa. E trovandosi nel silenzio da lei indotto può attribuirgli dei significati che non sono i suoi, arrivando a dire, magari: “c’è un silenzio da tagliare con il coltello!!”. Ad ascoltar bene, chi l’ha aggiunta tutta quella tensione?
Quando si interagisce con gli altri avviene una sorta di contagi emotivo; attraverso il verbale ed il non verbale gli stati emozionali delle persone passano.
Noi comunichiamo sempre: ogni nostro gesto significa qualcosa, ogni singolo comportamento dice qualcosa di noi.
Pensate a quando si sale in ascensore. Un’occasione dove comunicare è quasi d’obbligo. Ma anche qui la natura umana è geniale, basta guardare in basso e si interrompe ogni possibilità di interazione. Solamente i bambini piccoli perseverano, al punto tale da riuscire a strappare un sorriso imbarazzato da tanta socialità.
E gli ambienti di lavoro? Come si comunica e quanto?
Ci sono comunicazioni ufficiali e comunicazioni informali. Quelle ufficiali sono verbali o scritte: le note, i verbali, i registri….mentre le comunicazioni informali sono di tipo non verbale: una smorfia, un cipiglio, uno sbattere di ciglia per esprimere piacere, disapprovazione, apprensione, rabbia, paura, tensione, sovraccarico, fatica, stanchezza, esaurimento, astio, non voglia.
Fateci caso! Ma non solo agli altri, ascoltate anche voi stessi.
Ascoltate con gli occhi, le orecchie, il naso ed il tatto dunque, e ponete attenzione a tutte le sfumature della comunicazione, e senza dare ordini, ammonire, moralizzare, consigliare, persuadere, criticare, elogiare, etichettare, interpretare, simpatizzare, indagare, minimizzare; sforzatevi prima di tutto di ascoltare.
Troppe volte si cade nel tranello di anteporre al messaggio del nostro interlocutore il proprio sentire, le aspettative, i propri bisogni. Così facendo però non ci si sintonizza sull’altro ma su di sé. Pensate se un giorno andando dal panettiere questi vi vende 3 Kg di pane, anziché 1,5 come aveva chiesto.
Alla domanda “Ma perché 3 Kg” segue la risposta “perché tutti i miei clienti comprano sempre 3 Kg di pane”.
Un banale esempio per dire quanto a volte sia inquinato e condizionato dal proprio sentire il comunicare. Il panettiere, nonostante il cliente abbia chiesto 1,5 Kg di pane ne ha venduti 3Kg. Non ha ascoltato la richiesta ma ha anteposto le aspettative di vendita e la consuetudine a vendere appunto 3 Kg di pane.
Di questi episodi la vita e piena, in ogni ambito, spazio e tempo.
Che fare dunque? Accettare i 3 Kg di pane o informare cortesemente della mancata comprensione circa il messaggio che abbiamo espresso?
Nel primo caso si rischia di uscire arrabbiati, spesso tesi, frustrati, impacciati, scontenti di sé e dell’interazione con l’altro, o peggio rassegnati. Nel secondo caso ci si sente alleggeriti, con le idee più chiare, con un senso di sé centrato e carico di entusiasmo.
Saper cogliere e condividere le sfumature e le tonalità emotive della comunicazione fa sentire le persone sicuramente più complete ed appagate. Nel caso contrario si rischia l’analfabetismo emotivo oltre che espressivo.
Comunicando anche il nostro essere è in condivisione. Quando la persona comunica tutta la sua totalità (corpo, anima, mente) è coinvolta: il corpo si esprime attraverso la gestualità, la mimica, il modo in cui ci si pone, ci si veste, ci si avvicina o allontana dall’altro. Come logica conseguenza il corpo trattiene od esprime l’emotivo che accompagna il messaggio e contemporaneamente la mente è impegnata a passare consciamente o inconsciamente il contenuto del messaggio. Un passaggio che può essere chiaro e centrato oppure confuso ed ambiguo; e l’anima? L’anima emotiva dei messaggi è il carburante della comunicazione per cui da forza, inibisce o reprime.
Se emotivamente ci si sente in forza e sicuri di sé si può reggere ogni difficoltà nella comunicazione. Si ha la forza di sdrammatizzare, ironizzare, riderci su.
Per contro quando emotivamente non siamo in piena forma per tantissimi motivi (e ognuno ha i suoi), si fa molta più fatica a gestire comunicazioni ritenute difficili o impegnative.
24 febbraio 2008








