Educare alla consapevolezza della sessualità e della morte
Un compito impossibile?
Mettere in parola l’indicibile: il suicidio
“Poiché so di non potermi sottrarre alla morte, non vedo la ragione di temerla.
Vedo la morte non come la fine ma piuttosto come quando si cambia un abito diventato vecchio e logoro”.
Dalai lama, “Il libro tibetano dei morti”
Una notizia bruciante prima di un intervento di educazione alla sessualità!
L’incontro con gli insegnanti per preparare l’intervento di educazione alla sessualità con un gruppo di allievi di II media in un piccolo paese lombardo sembrava essere un incontro preliminare come tanti altri. A pensarci dopo, tuttavia, ricordiamo che le insegnanti presenti di italiano, matematica ed inglese sembravano restie nel parlare, come se volessero custodire un segreto prezioso, impossibile da svelare.
L’insegnante di inglese descriveva frettolosamente la classe in questi termini: “vivace, brillante senza tanti problemi… dove le ragazze hanno una personalità forte e trainante mentre i ragazzi sono più passivi e succubi”. Nessuna delle altre due insegnanti presenti aggiunse nulla.
Silenzio, lunghi silenzi.
L’insegnante di italiano sembrava volesse dire qualcosa di importante, guardò le colleghe e poi si trattenne, e di nuovo silenzio.
Durante l’ultima mezz’ora dell’incontro esplose “un’informazione bomba”. L’insegnante di italiano, visibilmente a disagio, titubante raccontò: “… E poi sapete, a novembre scorso la nostra scuola è stata colpita da una tragedia… Lorenzo, un allievo della II si è impiccato in casa … l’ha fatto dopo essere tornato a casa da scuola, senza lanciare alcun segnale di disagio a noi insegnanti, ai compagni alla famiglia…nulla”; un gelo profondo e pesante cala su di noi!
Le mille domande che hanno attraversato la nostra mente e i ripetuti interrogativi che abbiamo posto alle insegnanti dopo aver ascoltato una tragedia simile, non sono stati accolti: da parte di queste c’era solo il desiderio di parlare d’altro, di cambiare argomento, di nascondere (sotterrare) quella bomba che ormai però era esplosa… solo silenzi ed imbarazzi.
L’insegnante di matematica raccontò che Lorenzo era un ragazzo brillante, bello, intelligente, un leader del gruppo classe ed aggiunse: “Non ha mai destato alcun sospetto che potesse fare una cosa simile, non si è mai neanche rivolto allo sportello psicologico all’interno dell’istituto per chiedere aiuto. Era davvero impensabile”.
Allora l’insegnante di italiano intervenne dicendo: “Sì, non si è mai rivolto neanche al consultorio psicologico che c’è in paese… pensate che dopo la tragica morte di Lorenzo ci sono stati due incontri con una psicologa che ha cercato di creare uno spazio di ascolto per noi insegnanti di classe che eravamo sconvolte dall’accaduto e per i compagni di Lorenzo tormentati dai sensi di colpa”.
La bomba era esplosa e adesso cosa facciamo?
Far finta di nulla e parlare di sessualità ed affettività come se non fosse successo nulla, o affrontare in classe questo tema così doloroso?
Abbiamo riflettuto a lungo sul significato profondo dei percorsi di educazione alla sessualità che proponiamo ai ragazzi e, proprio ragionando sul loro senso, abbiamo trovato alcune risposte che cercavamo.
Per educazione alla sessualità ed affettività intendiamo un intervento capace di aiutare i bambini e gli adolescenti ad avvicinarsi a queste dimensioni spesso rimosse della loro esistenza, dando loro la possibilità di esprimersi non solo sul piano cognitivo, ma anche e soprattutto sul piano emotivo. Con una metodologia interattiva e con un modello d’intervento empatico e trasformativo tendente a valorizzare la soggettività degli interlocutori e a coinvolgerli sul piano esperienziale, è inevitabile che si possa creare con i gruppi classe nell’incontro di educazione sessuale un contesto di sollecitazione e di accoglienza della vita emotiva dei bambini e degli adolescenti, attraversata da dubbi, conflitti, interrogativi. E’ inevitabile così che si possa creare uno spazio di ascolto a 360°, nel quale i bambini e i ragazzi possono comunicare emozioni, riflessioni, richieste di spiegazione sui temi più diversi. Uno spazio in cui ragazzi possono far emergere anche “verità scomode e sconcertanti” interrogativi o emozioni spiacevoli che non vorrebbero essere ascoltate da nessuno ma che in quel momento sono legittimate ad essere espresse. Spazio in cui possono circolare liberamente le curiosità, le ansie e le paure più angoscianti che vivono i ragazzi.
Uno spazio per riconoscere, mettere in parola e comunicare emozioni fonte di grande turbamento, al fine di poterle finalmente pensare e ricondurre al sé in modo consapevole.
L’incontro con i ragazzi
Dopo aver parlato con gli insegnanti ci aspettavano tre incontri con i ragazzi. Sapevamo poco di loro.
Riassumendo: una seconda media, composta da pochi studenti, in un paese tranquillo, le ragazze sono più vivaci dei ragazzi ed un loro compagno si è tolto la vita. Fin dall’inizio, ci siamo avvicinate da un lato con una forte curiosità e con il desiderio di conoscerli, di capire come potesse essere successa una tragedia tale, dall’altro con un grosso timore, con la paura di cosa sarebbe potuto succedere, ma anche con il bisogno che qualcosa accadesse.
Durante il primo incontro abbiamo presentato ai ragazzi il nostro modo di lavorare, abbiamo spiegato la necessità di dare spazio alle nostre emozioni di qualsiasi tipo esse siano, di provare a confrontarci con il tema della sessualità e dell’affettività che di per sé è già un grosso catalizzatore di emozioni.
Sapevamo di chiedere molto, che esporsi davanti ai compagni è difficile e crea disagio, siamo però convinte che sia l’unico modo per creare una comunicazione autentica e per affrontare le difficoltà. Il primo incontro tra le nostre presentazioni e i giochi psicologici passa molto in fretta e tutto si svolge in un clima relativamente sereno ma un po’ vuoto sul piano emozionale.
Usciamo stanche e confuse. Di Lorenzo non si è parlato, si sentiva il suo fantasma che circolava in alcuni degli interventi dei ragazzi, ma nessuno voleva far esplodere la bomba. Ci sentivamo molto desiderose di poter raggiungere e conoscere i ragazzi, di instaurare un rapporto significativo con loro, ma più ci avvicinavamo e più sentivamo una grande stanchezza sia fisica che mentale, e il desiderio di tornarcene a casa, di allontanarci il più possibile da quella classe.
Arriviamo al secondo incontro senza aver chiaro in che direzione andare, se soddisfare le richieste, alcune incalzanti, dei ragazzi di rispondere alle loro domande sul tema della sessualità o se accogliere la richiesta velata ed implicita delle insegnanti di approfondire la storia personale di Lorenzo e di monitorare il mondo emotivo dei ragazzi rispetto a quanto era accaduto.
Ci sentivamo bloccate da forti meccanismi di difesa che ci impedivano di addentrarci con tranquillità in un terreno così franoso, pericoloso e poco esplorato. Abbiamo provato confusione e disorientamento perché eravamo a conoscenza di ciò che era accaduto a novembre a Lorenzo, sapevamo che sarebbe stato molto importante per loro esprimere ed elaborare ciò che sentivano; rimanere in uno stato di silenzio non avrebbe fatto altro che generare angoscia e impotenza.
Decidiamo allora di farci guidare dalle emozioni dei ragazzi e percepiamo circolare nel gruppo classe il sentimento della paura. Proponiamo dunque al gruppo un giro di vissuti emotivi con questa consegna specifica: “ Io sento e ho sentito paura quando…”. I ragazzi manifestano inizialmente un po’ di ansia e di agitazione, molti parlano di temi molto personali come la paura che si possano ammalare i propri cari, la paura di morire loro stessi, il timore che possano morire i nonni ormai anziani, la paura della guerra, e alla fine tre ragazzi rompono il tabù attorno alla morte di Lorenzo.
Alessandro per primo comunica “Ho avuto tanta paura quando è mancato un nostro compagno” e poi Valeria racconta “Ho paura di pensare che prima o poi tutti moriamo come è successo a Lorenzo” e infine Mattia dice “Ho paura di perdere gli amici di adesso”. A questo punto esprimiamo tutte le nostre difficoltà, non si può parlare di sessualità e di affettività senza prima attraversare e navigare insieme in queste emozioni dolorose; quindi domandiamo alla classe un giro di vissuti emotivi su che cosa provano o hanno vissuto verso il compagno che hanno perso da qualche mese con la seguente consegna: “Quando penso a Lorenzo provo, sento o penso”
Immediatamente percepiamo delle forti resistenze e le difese legittime dei ragazzi di fronte al riattivarsi di un dolore molto intenso.
Ad uno ad uno esprimono una vasta gamma di emozioni: provano tristezza per quel che è accaduto, nostalgia per il loro amico morto improvvisamente, ma anche disagio nel trattare ancora una volta con degli adulti (praticamente sconosciuti) questa storia e un intenso desiderio, condiviso da tutta la classe, di tenere ognuno per sé queste emozioni dolorose manifestando il desiderio di vivere in modo intimo e personale i loro sentimenti verso l’amico scomparso. Emerge la voglia di non parlare più di Lorenzo all’interno della classe; molti ragazzi ci comunicano “Lorenzo lo portiamo dentro di noi, nei nostri pensieri e nei nostri cuori”.
Succede anche a questo punto che Valeria con molta rabbia ci comunica che sono stanchi di dover esser loro a comunicare ogni volta ai supplenti che quel nome “Lorenzo” presente sul registro non è veramente assente ma è proprio morto; il duro e severo sguardo di Valeria carico di rabbia verso il mondo degli adulti ci fa capire quanto sia difficile per questi ragazzi dover rivivere ogni volta con insegnanti nuovi gli stessi sentimenti di nostalgia, impotenza e dolore che questa vicenda riattiva in loro; ci identifichiamo nelle loro difficoltà, nel dover raccontare una storia tanto dura e tragica fra un appello e una lezione, dovendo tutte le volte farsi carico dello sgomento e degli imbarazzi degli adulti.
Potremmo dire che a questo punto la nostra storia con la classe si chiude: ci sentiamo vicine alle difficoltà di questi ragazzi che ci sembrano da un lato non ascoltati e dall’altro lasciati soli a gestire le conseguenze che la morte del compagno ha lasciato dentro di loro.
Ci identifichiamo in loro, con la loro rabbia, rivolta soprattutto verso un mondo di adulti insensibili, fragili ma troppo orgogliosi per ammetterlo, ed anche irresponsabili nel loro scegliere di delegare solo ad esperti o ai bambini stessi il peso materiale dell’elaborazione della vicenda. Soltanto in un incontro successivo di supervisione ci viene prospettata l’ipotesi che la rabbia del gruppo classe possa essere in qualche misura anche la manifestazione di un lutto e di un senso di colpa non elaborati e che il desiderio di vivere in modo intimo e personale i loro sentimenti verso il compagno suicida possa essere anche l’espressione di una forte resistenza non superata ad avvicinarsi profondamente ai vissuti del lutto. In quel momento sentiamo questi bambini molto duri, come se ci trovassimo di fronte a una potente barriera da penetrare e contemporaneamente dentro di noi cresce la confusione e un doppio bisogno contrastante: da una parte la voglia di affrontare in classe ed entrare dentro la storia drammatica di Lorenzo e dall’altra il bisogno, forse più difensivo, meno conflittuale e faticoso, di assecondare la loro resistenza e la loro esigenza di stoppare questo triste discorso per paura di violare e non rispettare il loro bisogno di silenzio.
Le nostre emozioni nella conduzione dell’intervento educativo
Se da un lato le nostre emozioni ci sono servite ad identificarci in questi ragazzi e a fornirci un monitoraggio continuo di ciò che accadeva all’interno della nostra relazione, dall’altro lato spesso questi vissuti emotivi contrastanti hanno allagato le nostre menti facendoci perdere talvolta di vista lo scopo del nostro intervento. I corsi di educazione alla sessualità sono, per loro natura, carichi di vissuti emotivi proprio perché creano uno spazio di ascolto di emozioni che spesso all’interno della scuola trovano posto solo negli agiti, e incontrano poche menti disposte a contenere e pensare le esperienze affettive. Nel caso di questa seconda media si accomodano nell’intervento di educazione alla sessualità ed affettività diverse emozioni associate alla perdita per il suicidio di un amico, fatto già penoso e inaccettabile per un adulto, sicuramente ancora più sconvolgente per un bambino.
Su questo sfondo si vanno a posizionare anche le nostre emozioni.
La storia personale di Lorenzo rinvia nelle nostre menti di conduttori un forte sentimento di impotenza; di fronte a un evento così improvviso ed inspiegabile come può essere la morte di un ragazzino, davanti a un tema così inaccettabile non si può fare proprio nulla. Un altro sentimento forte che allagava le nostri menti è stato la rabbia. Verso tutto e tutti, verso il dramma del suicidio così inspiegabile, verso i genitori che non hanno saputo affrontare in modo adeguato la situazione, verso gli insegnanti che non sono riusciti a decifrare i segnali di sofferenza di Lorenzo; rabbia accompagnata da un profondo senso di colpa per l’aria giudicante e dura che avevamo timore di aver assunto nei confronti di queste persone durante l’esperienza.
Abbiamo provato anche un intenso desiderio di fuga: scrollarci di dosso il più presto possibile un peso del genere, allontanarci mentalmente, scappare via lontano da tanta sofferenza, confusione e disagio.
Sì è vero, dentro di noi è circolata la voglia di distaccarci emotivamente da questa situazione così pesante da sostenere mentalmente ma con il cuore alleggerito da ogni responsabilità e senso di colpa.
Soprattutto abbiamo provato un profondo senso di inadeguatezza nel non sapere bene come affrontare nel modo giusto il tema del suicidio di Lorenzo, in modo fermo e deciso ma anche delicato. Questo nostro senso di incompetenza professionale si è tradotto in un vissuto di paralisi emotiva che metaforicamente abbiamo reso durante l’incontro finale di restituzione con gli insegnanti e genitori con un’immagine: “Ci siamo sentite bloccate come nelle sabbie mobili”. Non sapevamo davvero come orientarci, su cosa lavorare nello specifico, dove andare e cosa fare nel presente, confuse tra i nostri vissuti emotivi contrastanti e i sentimenti che ci rinviavano i ragazzi.
Dobbiamo ammettere a noi stesse che le paure personali che abbiamo sperimentato durante questa esperienza sono state parecchie, principalmente siamo state inondate da una paura anticipata che vivevamo al solo pensiero di poter ascoltare la sofferenza di questi ragazzi, la paura di dover confrontarci con la classe su questo argomento, il timore di accogliere mentalmente questo tema così doloroso.
Infatti, razionalmente percepivamo l’importanza di mettere in parola i non detti che circolavano nella classe, di nominare l’indicibile, sentivamo il bisogno soggettivo di parlarne con la classe per cercare insieme un senso, un significato a quanto era accaduto, soprattutto sentivamo per i ragazzi l’importanza di condividere un fardello così pesante ma emotivamente ne avevamo anche paura.
Avevamo timore di fare star male i ragazzi nell’attribuire un nome all’indicibile, nel cercare dei significati semantici alla storia di Lorenzo, nel far riferimento esplicito con i ragazzi all’evento drammatico con delicata fermezza: Lorenzo si è impiccato, si è ucciso… si è suicidato; in alcuni momenti del percorso quando parlavamo di Lorenzo ci è sembrato di pronunciare parole cattive, ci siamo sentite dure, spietate, delle vere persecutrici con i ragazzi pur essendo pienamente consapevoli che stavamo percorrendo la strada giusta.
E’ stato davvero difficile da mentalizzare, da tenere nelle nostri menti il tema della morte, era più semplice cadere nella tentazione di “non dire, non nominare”, scivolare nel far finta di nulla e cancellare questa triste vicenda dai nostri registri emotivi e cognitivi.
Ci siamo accorte, quando ormai la nostra esperienza era terminata, che un altro sentimento molto importante ci animava (purtroppo mai esplicitato e capito): la percezione di una componente di ostilità nei nostri confronti da parte delle insegnanti e dello stesso gruppo classe. Le insegnanti in quella situazione erano senza dubbio interessate a liberarsi dal senso di colpa e vedevano con un’ansia persecutoria l’avvicinamento al problema da parte di professioniste esterne alla scuola.
Sentivamo che l’opposizione al nostro intervento sulla storia di Lorenzo era forte: nonostante i ragazzi e gli insegnanti sembravano motivati ad intraprendere il progetto proposto, in realtà avevano formato un fronte comune contro di noi, fatto di silenzi e di non detti. Nel momento in cui cercavamo di abbattere questo muro di omertà, ci veniva rimandata un’immagine di adulte cattive da parte dei ragazzi, e di psicologhe inadeguate da parte degli insegnanti. Il nostro senso di colpa, sperimentato nel corso dell’intervento, era quindi il risultato anche di una costante pressione esterna.
Questo nostro intenso vissuto emotivo, rafforzato da frequenti comunicazioni dei ragazzi come: “Basta! Meglio andare avanti, vedere come stavamo l’abbiamo già sentito dire in tutte le salse”, spesso ci ha ostacolato nel compito di nominare il tema indicibile del suicidio.
In realtà, non siamo riuscite a leggere il nostro senso di colpa come la registrazione di una strategia difensiva della scuola e in quella scomoda condizione emotiva il nostro intervento ha perso di incisività. In qualche modo il nostro forte bisogno di non sentirci cattive, la nostra esigenza di viverci come buone ha colluso con il bisogno dei ragazzi, di non riattivare il dolore della ferita di Lorenzo.
Non aver capito questo a tempo debito ha fatto sì che l’intervento non sia andato a toccare le aree emotive più profonde dei ragazzi rendendo difficile e spesso faticosa l’espressione della loro sofferenza.
Abbiamo trovato un muro di massicce resistenze che arrivavano da ogni parte, una barriera di emozioni che non andavano sentite e che la nostra buona volontà senza sufficiente intelligenza emotiva non è riuscita ad abbattere completamente.
Un modo per rileggere la storia di Lorenzo:
le mille resistenze attorno al tema del suicidio.
La sensazione che abbiamo avuto è stata quella di trovarci di fronte a un massiccio muro di omertà, forse la nostra ingenuità è non aver percepito da subito quanto erano massicci i silenzi e le resistenze attorno al tema di suicidio di Lorenzo.
Sicuramente una forma di difesa che abbiamo sperimentato in modo molto intenso è stata la paura di prendere contatto con il possibile dolore che provavano i ragazzi, la paura di attraversare insieme a loro una sofferenza così pesante.
Questa nostra difesa non è stata altro che il rovescio della medaglia della difficoltà soggettiva della classe di parlare di Lorenzo, riaprendo una ferita che non si era ancora cicatrizzata.
L’apparente mancanza di sofferenza fra i ragazzi non rispondeva alle nostre aspettative iniziali. Durante il primo incontro con la classe noi immaginavamo di trovarci uno scenario diverso, pensavamo di incontrare una classe straziata dal dolore, sofferente, invece ci siamo trovate di fronte un muro freddo, lucido che francamente ha deluso la nostra rappresentazione mentale. Questo nostro vissuto emotivo di delusione ha amplificato la nostra tentazione di assecondare questo muro, il nostro desiderio, seppur sbagliato, di parlare di sessualità e tacere la storia di Lorenzo.
Un’altra forte nostra resistenza è stata il timore di entrare in conflitto aperto con le insegnanti che ci richiedevano esplicitamente sempre e solo un percorso di educazione alla sessualità, non un intervento in classe sulla storia di Lorenzo.
Il nostro timore di mettere in crisi la posizione forte delle insegnanti, la paura di metterli in discussione in alcuni momenti del percorso formativo, ci ha fatto perdere la bussola e cioè il punto di vista e la soggettività dei ragazzi.
La nostra paura di voler scuotere gli insegnanti dalle loro responsabilità a volte ha rafforzato il muro già potente di omertà che si era creato attorno al tema del suicidio di Lorenzo, rendendoci a volte passive, incapaci di lottare contro i silenzi e l’indifferenza che si respirava in classe.
Dentro di noi sono sorti svariati dubbi che non trovavano alcuna risposta e molteplici interrogativi: come sarà stata la famiglia di Lorenzo, che cosa avrà fatto dopo l’accaduto? Lorenzo prima di impiccarsi, a casa o a scuola avrà manifestato dei segnali di disagio? Com’è possibile che le insegnanti lo descrivano come un ragazzo felice, solare, amato dai compagni senza alcun problema particolare? La psicologa precedente che ha incontrato i ragazzi dopo la vicenda, su che cosa avrà lavorato (avrà fatto qualcosa!)? I genitori avranno parlato della vicenda con i ragazzi? Si saranno confrontati solo su un piano razionale per controllare le loro ansie o anche a livello emotivo? Insomma di chi è la colpa? Chi deve assumersi il fardello della responsabilità? E noi cosa abbiamo fatto? Noi non abbiamo responsabilità (o colpe)?
All’inizio per noi è stato naturale cercare a tutti i costi un colpevole, per lo meno individuare chi aveva sbagliato maggiormente, chi doveva farsi carico della colpa più grossa. Cercare una risposta a questi interrogativi non ci portava certo da nessuna parte. I nostri interrogativi dovevano restare certamente dentro di noi. La nostra curiosità non doveva certo essere agita. Ma nella riflessione successiva in équipe ci siamo rese conto di avere fortemente colpevolizzato l’affiorare stesso e la presenza stessa di queste domande dentro di noi. Come se non fosse nostro diritto porcele. Come se questi interrogativi ai confini della nostra mente fossero già di per sé intrusivi e colpevoli.
I ragazzi durante il secondo incontro sono riusciti a tirare fuori il fantasma di Lorenzo e con lui anche tutta la loro rabbia, aggressività e fastidio per la nostra intrusione e tutte le loro difficoltà soggettive a confrontarsi su un tema così difficile.
Non volevano parlare di Lorenzo con noi e questa loro comprensibile resistenza derivava anche da una scarsa mentalizzazione dell’evento da parte degli adulti affettivamente significativi per questi ragazzi, da un forte rifiuto di parlarne apertamente trasmesso loro dal mondo adulto e da questa incomunicabilità genitori-figli, insegnanti-alunni sull’argomento “morte di Lorenzo” sono nate, molto probabilmente, le successive difficoltà dei ragazzi a parlare con noi.
Tutte le nostre difese intrecciate alle resistenze dei ragazzi si sono sommate al forte muro di omertà innalzato anche dalle insegnanti e dai genitori.
Colpisce molto nella descrizione della classe da parte delle insegnanti il loro distacco emotivo: “E’ una classe che non manifesta molti problemi”, quando parlano sembrano anestetizzati emotivamente.
Si percepiva in loro il desiderio di allontanarsi emotivamente dal contenuto doloroso di Lorenzo e la loro immensa fatica e difficoltà di parlarne.
Resistenze che si traducevano nell’ambigua richiesta formativa: “I ragazzi da voi si aspettano solo risposte alle loro curiosità e domande sulla sessualità, non un dover parlare di Lorenzo”. E’ come se esplicitamente ci chiedessero di non parlare del suicidio, di sotterrare la notizia bruciante che era appena esplosa con un’implicita e soffocata richiesta d’aiuto su come affrontare questa situazione drammatica.
Incontriamo resistenze anche nella psicologa che ha lavorato con gli insegnanti e i ragazzi dopo la morte di Lorenzo. Quando la contattiamo telefonicamente, ci racconta: “Avrei voluto organizzare un laboratorio teatrale con i ragazzi per cercare di elaborare i vissuti emotivi di colpa e confusione, ma purtroppo non è ancora partito… non so se ora partirà… comunque ci sono gli sportelli psicologici e so per certo che questi ragazzi non sono mai andati!”.
Colpisce questa comunicazione della psicologa quasi colpevolizzante verso i ragazzi, a cui aggiunge un messaggio contrastante: “I ragazzi hanno molto bisogno di essere ascoltati ma vi suggerisco di fare un lavoro soft con loro perché sono già stati molto sovrastimolati sulla storia di Lorenzo!”. Questa ambivalenza nella comunicazione della psicologa è andata ad amplificare la nostra immagine di psicologhe cattive che desiderano parlare di Lorenzo e possono apparire agli occhi dei ragazzi come poco rispettose dei loro bisogni di far silenzio.
Inoltre, veniamo a scoprire che durante l’anno scolastico questa psicologa aveva proposto alle insegnanti di invitare i ragazzi della II a scrivere dei bigliettini anonimi con i propri vissuti emotivi sulla tragedia trascorsa e di imbucarli in una scatola posizionata all’interno della classe per dover essere successivamente letti e discussi insieme.
Quando domandiamo l’autorizzazione alla Direttrice Didattica di poter leggere i bigliettini veniamo a conoscenza che le comunicazioni dei ragazzi non sono mai state lette e discusse in classe, e soprattutto scopriamo che i bigliettini sono magicamente spariti, resta solo la scatola vuota in un angolo della classe.
Intense sono state anche le resistenze dei genitori attorno al tema del suicidio; ci hanno molto colpito, durante l’incontro finale di restituzione ai genitori, i loro silenzi ed imbarazzi quando abbiamo fatto riferimento, noi stesse con un qualche disagio, al suicidio di Lorenzo. Nessun genitore ci ha posto delle domande su quanto era accaduto, percepivamo che anche per loro era un tabù da non infrangere.
Sentivamo un deserto emotivo attorno a noi da parte delle insegnanti, dei ragazzi e dei genitori che rafforzava il nostro desiderio di non parlare più di Lorenzo. Adesso basta dolore parliamo di sessualità!
Il lavoro svolto sui temi di educazione alla sessualità ha suscitato nei ragazzi molti imbarazzi, brusii continui di sottofondo e risa. Quando ad esempio li abbiamo sollecitati a riflettere "su cosa si prova la prima volta" abbiamo raccolto queste risposte: "non lo so", "trovo assurdo che possa far male", "sono cose che non mi interessano", "ormai sappiamo già tutto”. Alcuni dei ragazzi appaiono molto agitati: Sandra ci ruba spesso la parola, disturba i compagni e non riesce a stare ferma sulla sedia, altri alunni si presentano vistosamente imbarazzati, rossi in viso e non osano parlare. Trattare argomenti così intimi e personali ha creato molto disagio, i ragazzi si inibiscono al punto di allontanarsi con le sedie dal cerchio che avevamo disposto, come per distanziarsi emotivamente dalla fatica che nasce dal confronto sul tema della sessualità. Tra le ragazze la tensione è ancora più manifesta, Sandra esprime spesso una notevole difficoltà a contenere fisicamente le emozioni che vive: si agita, si alza dalla sedia, parla a voce alta e ride di continuo, è davvero dilagante!
Anche Federica e Laura hanno problemi a gestire con il corpo i propri sentimenti creando notevole disturbo che rende difficoltoso un approfondimento del discorso. Altre ragazze al contrario cercano di defilarsi, non partecipano ai giochi proposti, si espongono poco, in particolare Sonia parla poco di sé e si aggrappa ad un linguaggio forbito, tecnico, cercando di intellettualizzare l'argomento usando termini il più possibili scientifici come "apparato riproduttivo" o "vagina"; questa razionalizzazione sembra avere lo scopo di allontanare da sé le molte emozioni che questo tema le suscita.
Il discorso sulla sessualità va avanti a fatica, nessuno sembra volersi esporre, in particolare quando in classe si parla di masturbazione si crea un clima di dispersione e di scarsa concentrazione. Cogliamo dunque l'occasione per chiedere ai ragazzi che idea hanno della masturbazione e cosa provano a parlarne. Le risposte ancora una volta lasciano emergere il loro disagio: qualcuno dice di essere indifferente, altri dicono che si tratta di una cosa che non interessa, per altri è una cosa lontana, rara, addirittura da “malati psicopatici”; emotivamente sembrano lontani da questo tema, come se non li riguardasse da vicino, non nascono domande, nessun dubbio, tutti dicono di aver chiaro cosa sia la masturbazione, tutti dichiarano di avere capito bene ciò che spieghiamo loro e di non aver bisogno di ulteriori spiegazioni. Dunque riflettiamo sul fatto che anche rispetto al tema della sessualità si ripete lo stesso tabù: il forte desiderio di questi ragazzi di non parlare e confrontarsi con degli adulti su argomenti che emotivamente li pongono di fronte alle loro ansie e debolezze; anche la sessualità è un argomento da affrontare tutto da soli, da tenersi dentro, da tacere.
A questo punto dell’esperienza riviviamo sentimenti molto simili a quelli già sperimentati durante i primi incontri in cui si parlava di Lorenzo. Ci riviviamo nuovamente come se fossimo dei persecutori perché temiamo di obbligare ancora una volta questi ragazzi a confrontarsi con emozioni di ansia, dolore, tristezza e rabbia; la loro voglia di fuggire da tutto questo è palese e si manifesta anche fisicamente con una grossa agitazione.
E' difficile parlare di sessualità ma lo è ancora di più se si sono lasciati alle spalle verità scomode e sconcertanti. I non detti su argomenti dolorosi e la paura di nominare il tema della morte ha amplificato le difficoltà di questi ragazzi di parlare liberamente dei propri vissuti emotivi legati alla sfera sessuale, ostacolando il confronto reciproco e la partecipazione attiva del gruppo. Quando ci si preclude la possibilità di ascoltare e parlare di certe emozioni il rischio che si corre successivamente è quello di alzare delle barriere verso altre coinvolgenti esperienze emotive.
Sicuramente il blocco sul tema della morte si è fatto sentire chiaramente sotto forma di un blocco emotivo sulla sessualità, non essere riuscite ad abbattere completamente il muro di omertà attorno alla morte di Lorenzo ha fatto sì che anche rispetto alla sessualità nascessero poche consapevolezze e uno scarso scambio comunicativo.
Le resistenze del mondo adulto attorno al tema del suicidio sono davvero nocive, e anche se siamo sempre state consapevoli dell’importanza di contrastarle mai come durante questa esperienza ci siamo confrontate con le difficoltà soggettive a contrastarle. Malgrado i nostri limiti soggettivi abbiamo sempre cercato di mantenere una disponibilità all’ascolto rispettoso, comunicando questo messaggio: anche se è difficile e doloroso parlare di suicidio con un adulto si può tentare di farlo senza spaventarci e soprattutto riconoscendo tutte le nostre difficoltà nel provarci!
In fondo i ragazzi sono la fascia debole e gli adulti dovrebbero essere la parte forte, i ragazzi sono quelli spaventati e noi adulti abbiamo il dovere di rassicurarli se sono in difficoltà. In effetti questo può avvenire solo se è l’adulto per primo a mostrare le proprie emozioni e a cercarne un senso, prima di tutto nella loro condivisione. Solo così la vita emotiva può essere legittimata di fronte ai ragazzi e ai bambini: nessuna rilevante emozione è brutta o vergognosa, nessun sentimento dovrebbe essere tenuto nascosto, evitato o peggio ancora negato.[1] Un adulto che non ascolta i propri sentimenti e che non li riconosce rischia di distorcere se stesso, le proprie relazioni e la sua visione della realtà; i bambini che crescono vicino ad adulti di questo tipo sicuramente impareranno a fare altrettanto, perché a loro volta di fronte ai propri sentimenti non si sentiranno legittimati nel provarli, non conosceranno le parole che accompagnano quelle emozioni, probabilmente sentiranno colpa, vergogna, imbarazzo o anche rabbia perché ciò che proveranno è tabù per gli adulti che dovrebbero condividere i loro vissuti emotivi. A questi bambini arriverà un messaggio di parzialità: di emozioni, di realtà, di vita e quindi anche di sé; con il tempo introietteranno tali divieti fino a farli propri e una volta adulti li passeranno ad altri bambini.
Per noi adulti percepire di essere deboli, di non aver risposte chiare e precise da fornire ai nostri piccoli interlocutori ci sembra impossibile e insopportabile da tollerare senza però renderci conto che se noi agiamo, proponiamo soluzioni dall’alto del nostro piedistallo senza offrire ai ragazzi la nostra autentica disponibilità emotiva di cui hanno veramente bisogno. Se noi non ascoltiamo emotivamente, corriamo il grave rischio di obbligare dei fanciulli a seguire i nostri bisogni e le nostre esigenze, rischiamo di compiere l’errore di rispettare i nostri obiettivi e tempi di risposta ma non le reali modalità di espressione e comunicazione dei ragazzi che abbiamo di fronte.
Non possiamo sapere esattamente quanto questi ragazzi siano stati lasciati da soli veramente; parole e consolazioni ne avranno probabilmente ricevute dalle persone affettivamente significative, ma la nostra impressione è stata che un autentico ascolto empatico non ci sia mai stato, un ascolto attivo e partecipe sulla storia di Lorenzo forse non l’hanno mai davvero ricevuto.
Educare alla consapevolezza della morte
Durante questa esperienza abbiamo davvero sperimentato sentimenti contrastanti dentro di noi e ripensando a posteriori all’esperienza viviamo tutt’oggi dei desideri ambivalenti rispetto a quella classe, la II: desideri di accoglienza ma contemporaneamente di espulsione, di ascolto e di fuga repentina, di comprensione ma anche di giudizio e rifiuto per ogni genere di compromesso.
Abbiamo la sensazione di essere riuscite a riconoscere, differenziare, dare un nome alle emozioni che ci hanno animato lungo questo viaggio, ma in alcuni momenti del percorso abbiamo sentito le nostre menti allagate da questi vissuti emotivi, ci siamo sentite come se tali emozioni potessero fare ciò che volessero e noi lì immobili ad osservarle.
Siamo riuscite a decifrare una parte del nostro vocabolario emotivo, ma poi durante i momenti di massima difficoltà ci siamo sentite in balia di questi sentimenti, semplicemente travolte da essi come se ci trovassimo all’interno di un furioso vortice emozionale composto di mille colori ma senza alcuna possibilità di controllarlo e gestirlo attivamente.
Forse questa sensazione deriva dalle difficoltà di noi adulti ad accettare in modo pieno e consapevole questa dolorosa realtà dei fatti, forse è il profondo sentimento di impotenza e colpa che ci accomuna che ha generato tutto questo. In qualche misura siamo state condizionate anche noi dalla sfiducia diffusa sulla possibilità di dare ai bambini un senso condiviso alla morte, a qualsiasi perdita perfino ad una morte così improvvisa, assurda e misteriosa come il suicidio. La sfiducia parte dalla convinzione radicata che di fronte alla morte non ci sia davvero più nulla da fare che potrà servire ad alleviare i nostri stati d’animo.
Un senso invece può essere dato alla morte e perfino al suicidio di un bambino a partire dall’espressione condivisa e non inibita dei sentimenti di perdita, dalla messa in comune del rincrescimento profondo per le risposte non ricevute dal bambino che si è suicidato, dall’elaborazione corale di una consapevolezza sulla durezza dell’esistenza, dalla capacità di rilanciare sentimenti di compassione reciproca, solidarietà e speranza.[2]
Ogni morte improvvisa genera, in chi la subisce, un profondo lutto ed è un preciso diritto del bambino poter soffrire di questo lutto a suo modo, con i suoi ritmi, attribuendo contenuti e significati personali.
Oggi tendiamo troppo facilmente a non accettare la sofferenza che un bambino può esprimere, siamo poco rispettosi dei suoi tempi personali nel dar forma ed espressività ad una perdita importante che ha subito; tutto deve funzionare perfettamente, anche per i nostri figli.
Come osserva brillantemente il filosofo e poeta R.W. Emerson nel suo libro: “La tristezza ci fa ritornare sempre bambini”[3] è dunque sano e normale che un bambino esprima la sua sofferenza in quanto la tristezza è un’emozione legittima, profondamente umana, normale, piena di valore come giocare, ridere, dormire.
Infatti, quando i bambini o noi stessi riusciamo a piangere liberamente per un lutto riusciamo a comunicare alle persone che ci stanno vicine che stiamo male, che ci manca qualcuno, che abbiamo bisogno di aiuto, di qualcuno che accolga e sciolga il nostro dolore.
Come adulti dobbiamo accettare questi sentimenti anche se spesso fanno paura a noi stessi, ci spaventano e ci rendono insicuri; l’elaborazione di una morte così improvvisa rende evidente che l’anima umana ha davvero bisogno di un tempo soggettivo per elaborare una perdita di una persona significativa.
Sicuramente uno dei compiti più difficili per qualunque adulto o genitore è quello di aiutare un bambino ad affrontare il problema della morte. Anche se si tratta di una reazione assolutamente sana e comprensibile in una cultura come la nostra in cui la morte continua ad essere negata e disprezzata, quasi che la parola morto fosse appunto una nuova parolaccia. Troppo spesso nella nostra società adultocentrica i sentimenti e le prospettive dei ragazzi vengono sottovalutati.
Quasi tutti i genitori sono convinti dell’utilità di parlare apertamente dei processi biologici relativi alla vita, ma quando si tratta di affrontare il momento finale ci troviamo stranamente senza parole.
In effetti, la maggior parte di noi non ricorda neppure come ha appreso, da bambino, la notizia della morte di una persona affettivamente significativa… le circostanze dell’evento assumono contorni sfocati e confusi.
Gli adulti, presi dal loro dolore, non credono che il bambino sia in grado di cogliere la tragicità dell’evento e finiscono per considerare più vantaggiosa la negazione, il silenzio, la non espressione della reciproca sofferenza.
Ma non è così. Oggi i bambini sono molto più consapevoli della realtà della morte di quanto immaginiamo. I bambini incontrano continuamente il tema della morte nelle conversazioni fra adulti, nelle canzoni, nei messaggi televisivi, nel mondo della natura, tutte le volte ad esempio che muore una pianta o un animale nella loro vita reale, in famiglia e con gli amici.
La questione da dirimere non è quindi se i bambini debbano essere educati alla consapevolezza della morte, ma quale educazione debbano ricevere, un’educazione fatta di parole che arrivano direttamente al cuore del bambino, emotivamente calda e adatta alla loro età. La comprensione della morte è davvero un processo che dura tutta la vita, dall’infanzia alla vecchiaia.
Eravamo consapevoli all’inizio del nostro intervento che le resistenze a parlare della morte sarebbero state massicce e forti, ma non pensavamo di impattare con delle difese così difficili da abbattere.
Alla luce dell’esperienza che abbiamo affrontato, crediamo fermamente che per lavorare sulle mille resistenze che abbiamo descritto non siano sufficienti soltanto l’essere animati da buone intenzioni ad ascoltare e parlare di suicidio o il possedere un’adeguata competenza tecnica e una metodologia efficace… tutto questo non basta. Per abbattere le resistenze a parlare e ascoltare il tema del suicidio e più in generale della morte è importante riuscire a tollerare tutti i vissuti emotivi spiacevoli che questo tema ci butta dentro e saper riconoscere ed accettare il nostro vissuto emotivo di impotenza.
Noi adulti, di fronte alla morte, troppo spesso abbiamo fretta di agire, di fare, di spiegare, di fornire risposte senza lasciare il giusto tempo e spazio per comprendere veramente quello che ci circonda, forse perché è nella natura umana tollerare poco lo stato di non conoscenza, il vuoto affettivo che la storia sofferente di Lorenzo ci può lasciare, meglio riempire subito questi vuoti interiori piuttosto che stare in attesa ad ascoltare.
Il messaggio che desideriamo trasmettere e che speriamo sia utile agli adulti che magari si possono trovare nella nostra stessa situazione è di stare molto attenti!
Le resistenze a parlare di morte sono sicuramente nocive e siamo convinte che vadano combattute con forza e coraggio ma sono davvero potenti, ti bombardano da ogni parte, ti disorientano, spesso ti paralizzano o ti fanno perdere la strada giusta che pensavi di percorrere… è un avvertimento che lanciamo al mondo degli adulti, non per spaventare, ma per favorire la consapevolezza sulle possibili barriere che un tale argomento ci spinge a innalzare.
Concludiamo con una bibliografia sul tema specifico della morte e del suicidio in relazione all’infanzia e all’adolescenza, convinti che i libri possano servire come completamento e non come sostituto dell’indispensabile competenza emotiva necessaria per non deprivare i bambini del confronto con queste difficili, ma ineludibili tematiche.
Bibliografia ragionata:
· G. Preuschoff, “Come capire e risolvere le paure di morte dei bambini”, ed. Red, Como 2001
· E. A. Grollman, “Perché si muore? Come trovare le parole giuste, un dialogo tra figli e genitori”, ed. Red, Como 2001
· N. Namkhai, “Il libro tibetano dei morti”, ed. Newton Compton, Roma 1999
· S. Anthony, “La scoperta della morte nell’infanzia” ed. Armando, Roma 1999
· M.L. Von Franz, “La morte e i sogni”, ed Bollati Boringhieri, Torino 1995
· W. Fuchs, “Le immagini della morte nella società moderna” ed. Einaudi, Torino 1995
· E. Kubler-Ross, “La morte e i bambini”, ed. Red, Como 1998
· E. Kubler-Ross, “Domande e risposte sulla morte e il morire”, ed. Red, Como 1998
· A. Pangrazzi, “Il lutto: un viaggio dentro la vita” ed. Camilliane, Torino 1998
· G. Raimbault “Il bambino e la morte”, ed. La Nuova Italia, Firenze 1995
· J.P. Vernant, “La morte negli occhi”, ed. Il Mulino, Bologna 1997
· F. La dame, “I tentativi di suicidio negli adolescenti” ed. Borla, Roma 1987
· M. Laufer “L’adolescente suicida” ed. Borla Roma 1998
· M.E. Laufer, M. Laufer “Adolescenza e breakdown evolutivo” Bollati Boringhieri, Torino 1986
· Marysa Gino “Il suicidio nella pubertà e nell’adolescenza” in Adolescenza 6,1 pp.48/59
· D. Amodio, U. Fornari “Il suicidio e il tentato suicidio nell’adolescente” in Rivista Scientifica di Freniatria, 6, pp.1452/1482, 1988
· D. Calderoni “Fattori psicopatologici di rischio per il suicidio in età evolutiva” in Il bambino incompiuto n°86, pp.33/42, 1994
· P. Crepet “Le dimensioni del vuoto. I giovani e il suicidio”ed. Feltrinelli, Milano 1993
· Amery J. Leva “La mano su di sé” Bollati Boringhieri, Torino, 1990
· Orbach, Israel “Bambini che non vogliono vivere” Giunti, Firenze 1991
· A. Matricardi “Bambini e adolescenti suicidi” in Rivista di Psichiatria dell’Infanzia e dell’adolescenza n°4/5, pp.479/490, 1994
· P. Bernabei “Suicidio e idee di suicidio in età scolare” in Rivista di Psichiatria dell’Infanzia e dell’adolescenza n°3/4, pp. 283/289, 1997
· P Crepet “Lo studio delle condotte suicidarie nell’adolescenza” in Rivista di Psichiatria dell’Infanzia e dell’adolescenza n°61 pp.469/478, 1994
· H. Hug-Hellmuth “La rappresentazione della morte nel bambino” in “ La depressione del bambino” Algini, ed. Borla, Roma 1997 pp.159/175
· J. Hillman “Il suicidio e l’anima” ed. Astrolabio Roma 1972
[1] J. Gottman, Intelligenza emotiva per un figlio, Rizzoli, 1997.
[2] Siamo debitrici di queste riflessioni a Claudio Foti, che ha supervisionato l’esperienza e discusso con noi questo testo.
[3] Earl A. Grollman, Perché si muore, ed. Red, Como 1999
20 febbraio 2007








