La colpa di essere nati in un paese sbagliato
Un recente articolo pubblicato sulla rivista “The Lancet” denuncia che nel mondo, 200 milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni non hanno la possibilità di sviluppare le proprie potenzialità intellettive a causa della povertà, cui segue un’alimentazione insufficiente (carenza di ferro e iodio), un deficit assistenziale (esposizione, e conseguente avvelenamento, da piombo e arsenico), una salute malferma (malaria e infezione da HIV).
Oltre il 60% di questi bambini vive in Uganda, Tanzania, Cina, India, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Bangladesh, Indonesia, e non avrà la possibilità di ricevere un’istruzione che lo possa affrancare dalla miseria, facendolo cadere in un circolo vizioso che si trasmette da una generazione all’altra.
Questi bambini pagano il prezzo d’essere nati in paesi in via di sviluppo, (i cui governi preferiscono investire nelle armi atomiche anziché nel futuro dei propri abitanti che si affacciano alla vita), “fatalità” che scontano con la negazione dei diritti ad una vita dignitosa e persino all’affetto, dato che spesso le loro madri, stremate da una vita impossibile, sono talmente depresse da sprofondare nell’anaffettività.
E’ importante investire in progetti che, oltre a tutelare i bambini da ogni punto di vista, coinvolgano l’intero nucleo familiare rieducando i genitori al loro ruolo, e stimolino i bambini recuperando in loro il bisogno di giocare (un lusso che spesso non possono permettersi): ci sono risultati confortanti in questo senso, che confermano la possibilità di un recupero delle capacità cognitive.
Non c’è tempo da perdere: l’efficacia degli interventi è proporzionale alla tempestività con cui si agisce, in primis attraverso un’alimentazione corretta fin dai primi mesi di vita. Perché mai un bambino dovrebbe essere condannato all’inferno senza aver ancora avuto la possibilità di iniziare a vivere?
15 febbraio 2007








