Giustizia e volenza
Una recente sentenza della Cassazione ha suscitato scalpore: i giudici, infatti, hanno stabilito che episodi sporadici di maltrattamenti tra coniugi, anche se causati da “continui dissidi per l’educazione religiosa dei figli”, possono essere ritenuti non condannabili.
Questa concezione ha portato all’assoluzione dell’imputato, un uomo accusato d’aver maltrattato la moglie Testimone di Geova “perché il fatto non costituisce reato”.
C’è da restare veramente allibiti: fino a che misura è possibile definire “sporadici” degli episodi di violenza? E la non condannabilità si riferisce al fatto che i maltrattamenti sono inferti dal marito alla moglie oppure sono relativi alla motivazione (la differenza di religione)?
Da oggi in poi, qualunque marito violento può appellarsi al suo preteso “diritto” di far valere la sua idea di educazione della prole a suon di calci e pugni e cavarsela, grazie alla discrezionalità del giudice, chiamata in causa dal “possono non essere ritenuti condannabili”.
Mi chiedo dove stia la tutela della salute e della dignità delle donne e dei bambini maltrattati, dove stia il riconoscimento al diritto di esprimere la propria idea o di professare la religione che si è scelta.
Se picchiare la madre dei propri figli non è considerato reato perseguibile, dobbiamo dedurre che la legge consente qualunque tipo di violenza su chicchessia? Eppure esistono leggi che puniscono perfino chi molesta attraverso messaggi sul cellulare.
Evidentemente, il problema non sta nella legislazione, ma nel modo spesso disinvolto con cui la si applica, che porta a stravolgere la logica ed a trasformare la vittima in un essere privo di diritti, e sto parlando del diritto alla vita!
Dov’è finito il senso di responsabilità che dovrebbe guidare chi emette sentenze da cui dipende la sopravvivenza di altre persone? E’ tanto difficile ricordarsi di avere a che fare con individui, esseri umani in pericolo e senza possibilità di difendersi? Forse basterebbe guardare negli occhi la vittima, scorgere il suo terrore e il suo senso d’impotenza per evitare di perdersi in equilibrismi onanistici tra cavilli e interpretazioni al limite del paradosso.
La cronaca segnala con frequenza impressionante casi di donne atterrite che finiscono uccise dopo aver denunciato decine di volte il proprio aguzzino, senza mai ottenere nulla, oltre lo scherno.
Mi chiedo come si possa tacitare la propria coscienza dopo aver consegnato una donna al proprio carnefice, come un agnello sacrificale, quasi fosse un timbro da apporre su una busta, lavoro che può essere rimandato di giorno in giorno.
Delirio d’onnipotenza, perdita di contatto con la realtà, sessismo, pregiudizi, concezioni arcaiche della famiglia? Tutti elementi certamente presenti, ma nessuno di questi giustifica un risultato che incentiva la violenza.
Mi sento indignata come donna e come cittadina che contribuisce all’erogazione di lauti stipendi ai giudici che hanno emesso una sentenza vergognosa come questa.
Quale messaggio verrà introiettato dai figli che hanno visto il proprio padre picchiare la mamma con il placet del giudice? Crederanno che sia un comportamento abituale o dovranno pensare che non esiste alcuna giustizia, poiché l’ultima parola è riservata a chi ha più forza fisica? Una volta cresciuti, come vivranno le proprie relazioni sentimentali? E diventati a loro volta genitori, quali valori trasmetteranno ai propri figli?
C’è un dubbio che mi arrovella: è da considerare maggiormente colpevole il marito che discute a colpi di bastone perché forse l’ha visto fare dal proprio padre, o ancora perché è poco più che analfabeta (condizioni che comunque non possono essere considerate attenuanti), o il gruppo di giudici dotati di cultura, informati sulle possibili conseguenze del proprio agire e con anni ed anni di sentenze sulle spalle?
Non c’è motivazione che tenga quando c’è di mezzo la violenza: per nessuna ragione al mondo è ammissibile che una persona (se così si può definire) picchi, stupri, sevizi o umili un altro essere umano. E questo è un costrutto che sarebbe bene non dimenticare.
Lo Stato ha il dovere di proteggere chi denuncia reati tanto odiosi, sottraendoli alla furia malata dei loro aguzzini, e non ha il diritto di legalizzare l’abominio ignorando le grida d’aiuto o addirittura violandolo nuovamente con uno sberleffo.
4 gennaio 2007








