PrImO SgUaRdO NeLl'AfRiCa
Più volte pensata, più volte immaginata e desiderata, ma tante volte allontanata dal timore di non essere in grado. Ma poi inizia la ricerca, la ricerca di un primo contatto con quest’altra fetta di mondo che appare così lontana, ma che diventa in un attimo così vicina a me.
Sì, è cosi. L’Africa è entrata a far parte della mia vita prima ancora di conoscerla: non solo perché alimentata dal mio desiderio di incontrarla, ma perché presentata dalla voce dei bambini che nei mesi prima della mia partenza mi hanno aiutato a capire il senso del mio viaggio. Il mio viaggio verso questa realtà che appare così lontana è iniziato qui in Italia, nel mio paese, nella mia città, nelle mie relazioni.
Ma l’immaginazione velocemente inizia a fare la sua parte, inizia a fantasticare sui suoi paesaggi, sui suoi profumi, sui suoi valori e presto arriva il giorno della partenza. Tante volte mi sono interrogata su come sarebbe stato, sulle mie capacità di dare e sulla mia voglia di accogliere, ma in un attimo tutto ha cambiato forma. La paura del lungo viaggio è svanita poiché la voglia di arrivare alimentava solo il desiderio di decollare verso la nostra destinazione ed all’arrivo nessuna stanchezza, solo il desiderio di vedere al più presto loro, quegli amici che da anni stavo sognando di incontrare. Tutto appare naturale: non c’è bisogno di pensare troppo, basta solo un gesto per incontrarli e veramente poco per amarsi nella semplicità che questo sentimento dovrebbe racchiudere.
Arrivo alle 5:00 di mattina e tutto è buio, non si può cogliere niente di più del Senegal, se non i suoi profumi: la mancanza di illuminazione non mi permette di vedere molto e poi, tutti stanno riposando. Non bisogna però attendere molto. Alle 07.00 inizio a sentire dalla mia camera la vita della strada e, dopo esser stata li a pensare ancora inutilmente a come sarebbe stato, deciso di uscire dalla stanza e di affacciarmi fuori dall’uscio di casa ed osservare. Una fantastica quiete, ma alla stesso tempo tutti stanno lavorando. C’è chi passa a setaccio la sabbia per raccogliere piccoli frammenti di legno utilizzati per accendere il fuoco, chi scopa l’entrata della propria abitazione, chi si lava utilizzando dell’acqua contenuta in una specie di teiera di plastica di mille colori. Mi fermo ad osservare per qualche minuto e mi rendo conto che anche loro mi stanno osservando. Poi finalmente l’incontro.
Un gruppo di bambini mi guarda incuriosito e decido di accennare un saluto. In meno di un secondo mi ritrovo circondata da una trentina di bambini che mi tendono la mano. Non ho mai parlato in francese fino ad allora e non so cosa dire, come nelle “migliori importanti circostanze” le emozioni sono contrastanti: la gioia di essere finalmente li e la paura di chi non sa cosa fare di fronte alla loro ricerca di un contatto.
CORRO, CORRO, CORRO per la paura, cerco rifugio in camera e per loro è iniziato il gioco, quel fantastico momento che ci accompagnerà per tutto il mese. Entro in camera spaurita ridendo all’impazzata e svegliando i miei compagni di viaggio che dai loro letti ridono della stessa emozione che sto provando io.
I primi giorni sono stata spesso accompagnata da pensieri contrastanti. A volte la paura prendeva il sopravvento ed emergeva il desiderio di ritornare a casa. Il caldo troppo afoso e gli odori dei montoni che sembravano appiccicarsi addosso mi facevano vivere una strana condizione di allarme. Poi però bastava incontrare gli altri e tutto svaniva. Con il passare dei giorni tutto ha cambiato forma e quelle sensazioni che inizialmente mi spaventavano sono diventate parti integrante del mio viaggio. Se oggi qualcuno mi chiedesse cosa mi manca di più dell’Africa, senza dubbio risponderei i miei piccoli amici, i ragazzi che ci hanno accompagnato in questa nostra avventura offrendoci tutta la loro disponibilità malgrado non ci conoscessero neanche, i mille colori che incontri per le strade e nei sorrisi delle persone, il suo profumo. ed il suo caldo.
Cristina Franchino
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