Cuori
“CUORI”
Con Sabine Azéma, Pierre Arditi, Laura Morante
Regia di Alain Resnais

Il film è ambientato in una Parigi ricoperta di neve che scende incessantemente, dalla prima all’ultima scena, ricoprendo mani, cappotti e anime dei protagonisti, fino a diventare il fil rouge delle storie che si intrecciano. Il bianco della neve è il non colore che congela i desideri e le aspirazioni dei personaggi, la luce abbagliante che oscura la loro intimità tormentata e inascoltata.
Troviamo tre “coppie”, o meglio, tre situazioni in cui un uomo e una donna convivono in legami diversi, accomunati dalla solitudine che la convivenza non riesce a mitigare, e dall’incapacità di prendere in mano la propria vita. Dan e Nicole sono fidanzati in procinto di scegliere una casa confortevole in vista di un matrimonio scontato e privo di senso. Non c’è traccia d’amore in loro, né di tenerezza, se non quando si lasceranno: solo sguardi duri e lo stare insieme come antidoto al proprio vuoto interiore.
Gael e Thierry sono fratello e sorella che vivono insieme in una trasposizione del rapporto madre-figlio, a dispetto della differenza d’età. L’attenzione reciproca è limitata all’accudimento, ed è priva di condivisione e dialogo. C’è quasi il timore di sfiorarsi, nell’eccesso di invasione nella vita e nell’anima dell’altro, come c’è resistenza ad aprirsi biunivocamente nel farsi scudo delle rispettive fragilità,, attaccando per difendere le proprie paure.
Infine Charlotte, la cui vita si intreccia con quelle del collega Thierry, e di Lionel, il barman del locale in cui Dan va a sedare nell’alcol la sua incapacità di affrontare la vita. La donna vive una solitudine malata, che bolla di nefandezza il proprio normale istinto sessuale, considerato “sporco” perché non consacrato dal matrimonio, ed espia il senso di colpa attraverso una superstizione religiosa. Come ogni sentimento a lungo represso, l’istinto vitale esplode in modo esasperato, attraverso la registrazione di cassette “hard”, che la pia donna consegnerà a Thierry, sconvolgendolo.
Da buona penitente, Charlotte fa del volontariato assistendo il padre di Lionel quando questi svolge il turno di notte: si occupa del vecchio verbalmente aggressivo, che la umilia e la mortifica fino a quando la donna si esibirà in una serie di danze erotiche che porteranno l’anziano a uno stato di eccitazione tale da condurlo al delirio e metterne a rischio la vita.
Ogni personaggio è impossibilitato a comunicare i propri bisogni e le proprie emozioni, incapace di riconoscerli anche dentro di sé.
E il leitmotiv è proprio il soffocamento dell’essenza, la paura ad uscire dalla rassegnazione. Per Nicole attraverso l’indifferenza che si riscatta soltanto quando, dopo aver cacciato di casa il fidanzato, lo andrà cercare per affrontare l’incapacità di amare di entrambi, certa che ognuno porterà per sempre in sé il ricordo dell’altro. Per Dan nell’alcol in cui si rifugia fino a stordirsi, sera dopo sera, nel locale in cui trova il conforto di Lionel, e dove conoscerà Gael: entrambi protetti da una falsa identità e dalle proprie finte esistenze. Nomi falsi per difendere una fragilità estrema e l’alibi dell’alcol per trovare il coraggio di sperare nuovamente, arrendendosi alla prima apparente porta chiusa, senza chiedersi se in realtà possa essere solo accostata. Per Thierry nell’atteggiamento apparentemente gentile e disponibile all’inverosimile, che cela una formalità spinta all’eccesso e impossibile da sostituire con parole in grado di esprimere il suo vero sentire. Per Lionel nell’incapacità di aspirare alla felicità dopo il divorzio, vittima del senso del dovere; tutore prima della madre, che accompagna alla morte, poi del padre, che gli rende la vita impossibile, e dedito a rassicurare persino Dan, di cui si prende cura fino a diventare per lui figura di riferimento. Infine per Charlotte: nell’eccesso di controllo che tiene a bada una sensualità assolutamente sana,, soffocata e rifiutata fino a diventare perversione, e scatenare sensi di colpa sedati nella superstizione religiosa. Prigioniera della propria vitalità, si reprime con la lettura ossessiva della Bibbia, fino a scindersi in due: l’angelica dispensatrice di sorrisi e la diabolica istigatrice di maschi. La lotta cesserà con la morte del padre di Lionel.
La lentezza esasperante della regia, che rende il film a tratti soporifero e distoglie dalla trama, è parzialmente salvata dalla validità del soggetto e dalla scelta degli attori, davvero felice. Il Leone d’Argento per la migliore regia di cui la Mostra Cinematografica di Venezia lo ha insignito, è da considerare più un premio alla carriera di Resnais, che un riconoscimento per questo film.
Troviamo tre “coppie”, o meglio, tre situazioni in cui un uomo e una donna convivono in legami diversi, accomunati dalla solitudine che la convivenza non riesce a mitigare, e dall’incapacità di prendere in mano la propria vita. Dan e Nicole sono fidanzati in procinto di scegliere una casa confortevole in vista di un matrimonio scontato e privo di senso. Non c’è traccia d’amore in loro, né di tenerezza, se non quando si lasceranno: solo sguardi duri e lo stare insieme come antidoto al proprio vuoto interiore.
Gael e Thierry sono fratello e sorella che vivono insieme in una trasposizione del rapporto madre-figlio, a dispetto della differenza d’età. L’attenzione reciproca è limitata all’accudimento, ed è priva di condivisione e dialogo. C’è quasi il timore di sfiorarsi, nell’eccesso di invasione nella vita e nell’anima dell’altro, come c’è resistenza ad aprirsi biunivocamente nel farsi scudo delle rispettive fragilità,, attaccando per difendere le proprie paure.
Infine Charlotte, la cui vita si intreccia con quelle del collega Thierry, e di Lionel, il barman del locale in cui Dan va a sedare nell’alcol la sua incapacità di affrontare la vita. La donna vive una solitudine malata, che bolla di nefandezza il proprio normale istinto sessuale, considerato “sporco” perché non consacrato dal matrimonio, ed espia il senso di colpa attraverso una superstizione religiosa. Come ogni sentimento a lungo represso, l’istinto vitale esplode in modo esasperato, attraverso la registrazione di cassette “hard”, che la pia donna consegnerà a Thierry, sconvolgendolo.
Da buona penitente, Charlotte fa del volontariato assistendo il padre di Lionel quando questi svolge il turno di notte: si occupa del vecchio verbalmente aggressivo, che la umilia e la mortifica fino a quando la donna si esibirà in una serie di danze erotiche che porteranno l’anziano a uno stato di eccitazione tale da condurlo al delirio e metterne a rischio la vita.
Ogni personaggio è impossibilitato a comunicare i propri bisogni e le proprie emozioni, incapace di riconoscerli anche dentro di sé.
E il leitmotiv è proprio il soffocamento dell’essenza, la paura ad uscire dalla rassegnazione. Per Nicole attraverso l’indifferenza che si riscatta soltanto quando, dopo aver cacciato di casa il fidanzato, lo andrà cercare per affrontare l’incapacità di amare di entrambi, certa che ognuno porterà per sempre in sé il ricordo dell’altro. Per Dan nell’alcol in cui si rifugia fino a stordirsi, sera dopo sera, nel locale in cui trova il conforto di Lionel, e dove conoscerà Gael: entrambi protetti da una falsa identità e dalle proprie finte esistenze. Nomi falsi per difendere una fragilità estrema e l’alibi dell’alcol per trovare il coraggio di sperare nuovamente, arrendendosi alla prima apparente porta chiusa, senza chiedersi se in realtà possa essere solo accostata. Per Thierry nell’atteggiamento apparentemente gentile e disponibile all’inverosimile, che cela una formalità spinta all’eccesso e impossibile da sostituire con parole in grado di esprimere il suo vero sentire. Per Lionel nell’incapacità di aspirare alla felicità dopo il divorzio, vittima del senso del dovere; tutore prima della madre, che accompagna alla morte, poi del padre, che gli rende la vita impossibile, e dedito a rassicurare persino Dan, di cui si prende cura fino a diventare per lui figura di riferimento. Infine per Charlotte: nell’eccesso di controllo che tiene a bada una sensualità assolutamente sana,, soffocata e rifiutata fino a diventare perversione, e scatenare sensi di colpa sedati nella superstizione religiosa. Prigioniera della propria vitalità, si reprime con la lettura ossessiva della Bibbia, fino a scindersi in due: l’angelica dispensatrice di sorrisi e la diabolica istigatrice di maschi. La lotta cesserà con la morte del padre di Lionel.
La lentezza esasperante della regia, che rende il film a tratti soporifero e distoglie dalla trama, è parzialmente salvata dalla validità del soggetto e dalla scelta degli attori, davvero felice. Il Leone d’Argento per la migliore regia di cui la Mostra Cinematografica di Venezia lo ha insignito, è da considerare più un premio alla carriera di Resnais, che un riconoscimento per questo film.
10 gennaio 2007








