La sconosciuta
“La sconosciuta”
di Giuseppe Tornatore

Tornatore, dopo Malena dipinge un altro splendido ritratto di donna, e delle donne in generale, che emergono con un’umanità straordinaria, come la parte più pulita e più offesa della società, in grado di risollevarsi sempre e comunque, grazie alla divinità che racchiudono: il dono della maternità, tanto grande da poter essere vissuto in modi infiniti. Ci troviamo calati nel Nordest di oggi, dove il benessere economico spesso si accompagna a un disagio emotivo: in questa realtà arriva una donna ucraina che cerca disperatamente un lavoro, e per questo è disposta a versare parte del proprio stipendio a un portiere viscido che l’aiuterà “disinteressatamente”. Irena sembra apparsa dal nulla, senza storia e determinata a portare fino in fondo un piano che apparirà nitido verso la fine del racconto, mentre flash back sfocati proiettano i fantasmi che non smettono di perseguitarla. Esistono due vite, nettamente distinte e separate perfino dal nome: una prostituta che subisce torture e vessazioni al limite della sopravvivenza fisica e mentale, che il protettore chiama Giorgia, e Irena, una domestica timida e sottomessa che ha smesso di ossigenarsi i capelli, fragile soltanto in apparenza. Giorgia è una macchina per far soldi che non riconosce nemmeno a se stessa la dignità di persona, perché tutte le sue energie sono convogliate nell’istinto di sopravvivenza, a cui la vita farà un regalo inaspettato: un giorno viene avvicinata dall’operaio di un cantiere che vedendola sotto il sole da ore, le offre delle fragole per dissetarla. Più si vivono situazioni estreme, più scattano meccanismi di difesa che anestetizzano da un dolore che altrimenti sarebbe impossibile sopportare, e in questa condizione è molto difficile accettare di essere trattati con umanità e guardati negli occhi, modalità che comportano il vivere emozioni. Così, Giorgia reagisce deridendo il ragazzo che in pochi minuti diventa lo zimbello del cantiere, eppure non demorde, e continua a tenderle le mani colme di fragole appena lavate. Le inquadrature sono splendide, e tutto è reso da un gioco di sguardi: la sicurezza del giovane uomo che punta diritto a un cuore che si scioglie, negli occhi increduli e nelle mani stupite che portano alla bocca un frutto.
E’ l’inizio di una storia d’amore tanto bella quanto nascosta e tanto pulita quanto pericolosa: il protettore, chiamato Muffa, scopre il legame e lo tronca nel modo più orribile, assassinando il ragazzo e occultandone il corpo. Giorgia continuerà a cercarlo scavando a mani nude in una discarica e non si arrenderà fino a quando non ne vedrà il viso distrutto affiorare tra i rifiuti. Simbolo di quell’amore ucciso saranno le fragole, che Irena erediterà da Giorgia nella nuova vita, come rito di sacralità. Irena non esita a far precipitare dalle scale la tata (interpretata da una magistrale Piera Degli Esposti), di cui è diventata amica, al fine di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni sulla famiglia presso cui lavora, e poter essere così assunta al suo posto. In breve tempo conquista la fiducia della datrice di lavoro, e supera la diffidenza della bimba, affetta da un’anomalia congenita che le impedisce di proteggersi quando cade. Irena fruga in cassaforte alla ricerca di un documento, ma deve accantonare la serenità per calarsi nuovamente nel terrore: Muffa è riuscito a trovarla, e la tormenta con tutta la sua maestria di aguzzino, perseguitandola con una presenza costante e muta dapprima, distruggendole la misera casa in cui vive poi, e infine con una terribile aggressione fisica, che creerà sospetti nella datrice di lavoro, tanto che il rapporto di fiducia si incrinerà, fino al licenziamento. Muffa è il passato che ritorna, sopravvissuto a un tentativo d’omicidio da parte di Giorgia e determinato più che mai a recuperare il denaro che la donna gli ha sottratto, prima di fuggire verso la meta che ormai è diventata ragione di vita. L’escalation raggiunge l’acme quando Muffa architetta un piano diabolico, uccidendo la datrice di lavoro di Irena, avendo cura di lasciare tracce che portino alla donna. Arrestata, lrena sembra schiacciata da indizi pesantissimi, ma il suo avvocato (un’ottima Margherita Buy che esce dal clichè della nevrotica) la convince a raccontare la sua storia tragica. Si scopre così che una gravidanza di Giorgia, da incidente di percorso si trasforma in una fonte di guadagno insospettabile per Muffa, che ìdea un vero e proprio traffico di bambini organizzato in modo disgustoso: coppie benestanti e sterili committenti (attraverso due fessure per gli occhi predisposte su una parete per salvaguardarne l’anonimato), scelgono la prostituta-incubatrice tra le ragazze che sfilano con la sola biancheria intima, tutte col viso coperto da un’identica maschera. Sono solo corpi in vetrina, senza volto perché senza identità: dal momento in cui verranno scelte continueranno a fare le prostitute smettendo di usare il profilattico, fino al raggiungimento dello scopo. Giorgia, per cui Muffa ha una forte attrazione, ha il “privilegio” di smettere di lavorare dal quarto mese di gravidanza in poi, e trascorre il periodo che la separa dal parto rinchiusa in una stanza con la sola compagnia di una levatrice, e “allietata” dalle visite di Muffa. Dopo la nascita, il bambino viene separato dalla madre e consegnato ai genitori che lo hanno comprato, un orrore che Giorgia vivrà nove volte nel corso dei dodici anni trascorsi come proprietà esclusiva di Muffa.
La nona volta sarà anche l’ultima, perché la bambina nata è frutto dell’amore tra Giorgia e il ragazzo delle fragole, ed è l’unica che la madre vuole vedere prima che le venga strappata. Dal momento del parto, la donna cerca in ogni modo di conoscere il nome della famiglia che ha adottato la sua bimba, e quando riuscirà ad averlo, tenterà di uccidere Muffa e gli sottrarrà la grossa somma di denaro che lui nasconde nel freezer. Qui finisce Giorgia e nasce Irena, che riesce a stare vicino alla propria figlia con l’amore duro che a volte sconfina nella crudeltà, insegnandole a cadere senza avere paura di farsi male, e a picchiare i bambini che la deridono. Irena viene condannata per l’omicidio di Muffa, che le è finalmente riuscito, ma prima di entrare in carcere va a trovare la sua bimba che dopo aver perso due madri è ricoverata in ospedale perché rifiuta di mangiare, e riesce a farle ingerire del cibo, mentre le promette un regalo che potrà comprendere solo quando sarà diventata una giovane donna. Le indagini portano alla luce che l’affidamento della bimba è perfettamente regolare e l’esame del DNA conferma che non si tratta di sua figlia, come la levatrice dichiara che il nome della famiglia adottiva fu inventato, preso da una medaglia che Muffa portava al collo, soltanto per zittirla. Irena sconta la sua pena e quando esce, sfiorita e completamente smarrita nella solitudine di chi non sa dove andare, trova la “sua” bimba, che la riconosce come essere umano, come donna e come madre. D’improvviso, tutto il suo percorso di dolore assume un senso. E’ difficile riprendere a vivere, ad essere di nuovo persona dopo aver ricevuto umiliazioni, percosse, insulti, perfino sputi: il disgusto resta nell’anima, e non esiste disinfettante con potere retroattivo. Occorre una motivazione fortissima per non cedere all’abbraccio della morte, che salva dagli inferi. E nulla è più forte dell’amore per un figlio partorito e perso, sottratto e venduto. Questo è un film duro, raccontato col corpo e con gli occhi, con amore e attenzione, da un cast straordinario (mirabili Xenia Rappoport, Giorgia /Irena e Clara Dossena, la bimba). Ed è un film sulla violenza alle donne. Donne schiave, donne comprate, donne giocattolo senza vestiti né volto, abituate a convivere nel terrore, e quando l’angoscia diventa compagna di vita da quando ci si sveglia a quando ci si addormenta, è difficile provare sentimenti. E’ impossibile comprendere cosa sia il terrore se non lo si è provato veramente, sentito incollato addosso, come un sostituto della pelle. Per chi lo vive, è invece impossibile riconoscersi come persone e credere che esista una possibilità di salvezza, tanta è ormai la convinzione di dover scontare chissà quale abominevole colpa.
E’ l’inizio di una storia d’amore tanto bella quanto nascosta e tanto pulita quanto pericolosa: il protettore, chiamato Muffa, scopre il legame e lo tronca nel modo più orribile, assassinando il ragazzo e occultandone il corpo. Giorgia continuerà a cercarlo scavando a mani nude in una discarica e non si arrenderà fino a quando non ne vedrà il viso distrutto affiorare tra i rifiuti. Simbolo di quell’amore ucciso saranno le fragole, che Irena erediterà da Giorgia nella nuova vita, come rito di sacralità. Irena non esita a far precipitare dalle scale la tata (interpretata da una magistrale Piera Degli Esposti), di cui è diventata amica, al fine di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni sulla famiglia presso cui lavora, e poter essere così assunta al suo posto. In breve tempo conquista la fiducia della datrice di lavoro, e supera la diffidenza della bimba, affetta da un’anomalia congenita che le impedisce di proteggersi quando cade. Irena fruga in cassaforte alla ricerca di un documento, ma deve accantonare la serenità per calarsi nuovamente nel terrore: Muffa è riuscito a trovarla, e la tormenta con tutta la sua maestria di aguzzino, perseguitandola con una presenza costante e muta dapprima, distruggendole la misera casa in cui vive poi, e infine con una terribile aggressione fisica, che creerà sospetti nella datrice di lavoro, tanto che il rapporto di fiducia si incrinerà, fino al licenziamento. Muffa è il passato che ritorna, sopravvissuto a un tentativo d’omicidio da parte di Giorgia e determinato più che mai a recuperare il denaro che la donna gli ha sottratto, prima di fuggire verso la meta che ormai è diventata ragione di vita. L’escalation raggiunge l’acme quando Muffa architetta un piano diabolico, uccidendo la datrice di lavoro di Irena, avendo cura di lasciare tracce che portino alla donna. Arrestata, lrena sembra schiacciata da indizi pesantissimi, ma il suo avvocato (un’ottima Margherita Buy che esce dal clichè della nevrotica) la convince a raccontare la sua storia tragica. Si scopre così che una gravidanza di Giorgia, da incidente di percorso si trasforma in una fonte di guadagno insospettabile per Muffa, che ìdea un vero e proprio traffico di bambini organizzato in modo disgustoso: coppie benestanti e sterili committenti (attraverso due fessure per gli occhi predisposte su una parete per salvaguardarne l’anonimato), scelgono la prostituta-incubatrice tra le ragazze che sfilano con la sola biancheria intima, tutte col viso coperto da un’identica maschera. Sono solo corpi in vetrina, senza volto perché senza identità: dal momento in cui verranno scelte continueranno a fare le prostitute smettendo di usare il profilattico, fino al raggiungimento dello scopo. Giorgia, per cui Muffa ha una forte attrazione, ha il “privilegio” di smettere di lavorare dal quarto mese di gravidanza in poi, e trascorre il periodo che la separa dal parto rinchiusa in una stanza con la sola compagnia di una levatrice, e “allietata” dalle visite di Muffa. Dopo la nascita, il bambino viene separato dalla madre e consegnato ai genitori che lo hanno comprato, un orrore che Giorgia vivrà nove volte nel corso dei dodici anni trascorsi come proprietà esclusiva di Muffa.
La nona volta sarà anche l’ultima, perché la bambina nata è frutto dell’amore tra Giorgia e il ragazzo delle fragole, ed è l’unica che la madre vuole vedere prima che le venga strappata. Dal momento del parto, la donna cerca in ogni modo di conoscere il nome della famiglia che ha adottato la sua bimba, e quando riuscirà ad averlo, tenterà di uccidere Muffa e gli sottrarrà la grossa somma di denaro che lui nasconde nel freezer. Qui finisce Giorgia e nasce Irena, che riesce a stare vicino alla propria figlia con l’amore duro che a volte sconfina nella crudeltà, insegnandole a cadere senza avere paura di farsi male, e a picchiare i bambini che la deridono. Irena viene condannata per l’omicidio di Muffa, che le è finalmente riuscito, ma prima di entrare in carcere va a trovare la sua bimba che dopo aver perso due madri è ricoverata in ospedale perché rifiuta di mangiare, e riesce a farle ingerire del cibo, mentre le promette un regalo che potrà comprendere solo quando sarà diventata una giovane donna. Le indagini portano alla luce che l’affidamento della bimba è perfettamente regolare e l’esame del DNA conferma che non si tratta di sua figlia, come la levatrice dichiara che il nome della famiglia adottiva fu inventato, preso da una medaglia che Muffa portava al collo, soltanto per zittirla. Irena sconta la sua pena e quando esce, sfiorita e completamente smarrita nella solitudine di chi non sa dove andare, trova la “sua” bimba, che la riconosce come essere umano, come donna e come madre. D’improvviso, tutto il suo percorso di dolore assume un senso. E’ difficile riprendere a vivere, ad essere di nuovo persona dopo aver ricevuto umiliazioni, percosse, insulti, perfino sputi: il disgusto resta nell’anima, e non esiste disinfettante con potere retroattivo. Occorre una motivazione fortissima per non cedere all’abbraccio della morte, che salva dagli inferi. E nulla è più forte dell’amore per un figlio partorito e perso, sottratto e venduto. Questo è un film duro, raccontato col corpo e con gli occhi, con amore e attenzione, da un cast straordinario (mirabili Xenia Rappoport, Giorgia /Irena e Clara Dossena, la bimba). Ed è un film sulla violenza alle donne. Donne schiave, donne comprate, donne giocattolo senza vestiti né volto, abituate a convivere nel terrore, e quando l’angoscia diventa compagna di vita da quando ci si sveglia a quando ci si addormenta, è difficile provare sentimenti. E’ impossibile comprendere cosa sia il terrore se non lo si è provato veramente, sentito incollato addosso, come un sostituto della pelle. Per chi lo vive, è invece impossibile riconoscersi come persone e credere che esista una possibilità di salvezza, tanta è ormai la convinzione di dover scontare chissà quale abominevole colpa.
20 Novembre 2006
Chiara TAMBORINI








