La ricerca della felicità
Recensione del film
Con Will e Jaden Smith

Ci troviamo di fronte un Muccino completamente inedito, sia nella scelta del soggetto e degli attori (padre e figlio anche nella realtà), che nella fotografia e nei dialoghi. Il film è intriso della cultura americana, nella quale è stato ideato e costruito. Tutto questo è garanzia di mezzi tecnologici d’eccellenza, usati al meglio, e comunque di grande professionalità. La storia inizia dal 1981: Christopher è un nero americano di buona cultura e di intelligenza pronta, che fatica a sopravvivere dopo aver investito nell’acquisto di scanner portatili utilizzati per misurare la densità ossea. Nonostante le premesse e l’esclusiva della rappresentanza in una zona molto estesa, riuscire a piazzarli è difficile, e i debiti si accumulano mentre il matrimonio finisce.
Chris si ritrova solo ma deciso a tenere con sé il figlio di cinque anni, scelta che gli creerà non poche difficoltà, ma al contempo gli impedirà di lasciarsi andare. Incontrerà ogni possibile ostacolo e vivrà ogni possibile umiliazione: dal furto di due scanner (poi fortunosamente ritrovati), al tradimento di un amico, all’implacabilità di un sistema fiscale che incarcera chi non paga le multe. Si ritroverà solo con la sua disperazione e con pochissimi dollari in tasca per sopravvivere, dormirà nei ricoveri per senzatetto e per far mangiare il figlio digiunerà. Arriverà a donare il sangue a pagamento sprofondando nell’abisso della miseria, senza mai smettere di studiare e di frequentare uno stage in cui riporrà ogni possibile energia.
Ricorre il tema della fiducia, che consente di continuare a vivere. Fiducia nella fiducia che il figlio ripone in lui, fiducia in Dio e nelle proprie capacità. Con questo bagaglio, Chris prosegue la sua ricerca della felicità, consapevole di averne pieno diritto.
Perché mai ad un uomo intelligente e preparato dovrebbe essere precluso il raggiungimento di questa meta? La felicità è un diritto che non dovrebbe essere negato a nessuno, e dovrebbe costituire il fondamento di ogni singola esistenza.
In questo non c’è nulla di banale, anzi, sarebbe bene che tutte le persone rassegnate o fataliste vedessero il film, perlomeno per chiedersi se una vita diversa è possibile. Certo è difficile crederlo, quando nel quotidiano si è costretti a incontrare miriadi di incapaci occupare immeritatamente posti di lavoro di livello, eppure non si deve mai gettare la spugna: la ricerca della propria felicità personale, per ognuno diversa, non deve mai essere interrotta o abbandonata. E’ un dovere verso le persone per le quali si è importanti, ma soprattutto verso se stessi.
Il film contiene spunti di riflessione importanti, una su tutte viene da un dialogo di Chris col figlio: “Non devi permettere a nessuno di dirti che non sei in grado di fare qualcosa, scaricando su di te la sua incapacità. Mai. Ricordatelo!” Qualcuno lo prenderà per il solito banale sogno americano realizzato, ma in realtà i sogni non sono mai banali, soprattutto quando si concretizzano. E’ il racconto della vita vera di un contemporaneo, un incitamento a vivere appieno la propria vita.
06 aprile 2007








