Diario di uno scandalo
Recensione del film
“Diario di uno scandalo”
Regia di Richard Eyre

Entra a far parte del corpo insegnante la giovane Sheba, che grazie alla sua bellezza attira le attenzioni di colleghi e studenti, sui quali non riesce ad imporsi. In particolare, viene colpita da Stephan, un quindicenne con talento per l’arte, cui dà lezioni pomeridiane supplementari.
Inevitabilmente, tra i due nasce una storia di sesso, che viene scoperta da Barbara. L’anziana donna, anziché denunciare l’accaduto al preside “sfrutta” la cosa per legare a sé Sheba, che costringe ad accettare un patto: chiudere la tresca in cambio del suo silenzio. In seguito all’accordo, l’amicizia fra le due si intensifica e quando Barbara scopre di essere stata tradita dall’amica (che non ha mai chiuso la storia col ragazzino) medita vendetta.
Un’ulteriore possibilità di “ravvedimento” offerta viene disattesa: Sheba la lascia sola, preferendole la famiglia, e per Barbara è un nuovo abbandono. Una casualità le fornirà l’occasione per architettare un piano diabolico, volto a creare vuoto assoluto intorno a Sheba, ma inaspettatamente la cosa assumerà aspetti imprevisti, e si rivolterà contro Barbara, travolgendola nello scandalo. Per Sheba l’amica resterà innocente, ma l’ultimo baluardo di credibilità cadrà quando scoprirà il suo diario, che quotidianamente raccoglie giudizi impietosi su chiunque, l’ideazione dettagliata del piano e un passato pieno di ombre.
Barbara sembra restare l’unica perdente della storia, ma in realtà passa attraverso la bufera come se la cosa non la riguardasse.
Il passato torbido che emerge è in realtà il suo disagio, e più che di scandalo si tratta di incapacità di amare; della possibilità di vivere un rapporto d’amore solo attraverso il ricatto o l’ossessione, insomma in modo “indiretto”, diventando indispensabile all’altra, che viene privata della possibilità e del diritto a decidere ed a scegliere.
L’apparente durezza di Barbara nasconde il bisogno di controllare un’omosessualità accettata dalla sua famiglia ma da lei aborrita, che è anche l’impossibilità di uscire dagli schemi che la imprigionano.
Sheba è la vittima solo apparente della storia: inganna il marito prima e l’amica poi, fingendo di aderire al patto ma in realtà continuando a fare ciò che desidera. E’ perfettamente consapevole di commettere un reato facendo sesso con un minorenne che ha l’età di sua figlia, eppure non si mette mai in discussione. E tradisce l’amica, umiliandola in un momento di grande dolore e solitudine, lasciando che anche il marito la denigri. Il suo concetto dell’amicizia è simile a quello che ha dell’amore: sentimenti presi a pretesto per soddisfare il proprio bisogno di protagonismo, senza curarsi delle conseguenze, nella certezza della comprensione altrui.
Nella sua visione utilitaristica della vita, Barbara si salva nella sua fragilità malata, mentre Sheba, volta soltanto a soddisfare una finta positività che nasconde un vuoto di valori, dietro la maschera cela un sepolcro imbiancato. Gli uomini sono solo comparse sullo sfondo, burattini senza fili.
Il film è splendido, e le attrici sono straordinarie: le loro interpretazioni sono un vero scontro fra titani. Da non perdere.
09 maggio 2007








