Manuale d'amore due
Recensione del film
“Manuale d’amore 2 (capitoli successivi)”
regia di Giovanni Veronesi
Con Carlo Verdone, Sergio Rubini, Barbora Bobulova, Antonio Albanese
Come il precedente, il film racconta vari aspetti dell’amore, ed è suddiviso in capitoli. Il primo, “Eros”, è la storia di una passione che travolge Nicola, un ragazzo semiparalizzato per un incidente stradale, e Lucia, la sua fisioterapista. Sullo sfondo, il diritto alla sessualità delle persone colpite da handicap, la paura di restare senza speranza, il trauma conseguente al sapere che non si camminerà più, il bisogno di restare attaccati alla vita.
Segue “Maternità”, l’epopea di una coppia che ricorre all’inseminazione artificiale, ed è costretta a rivolgersi ad una clinica spagnola. Franco si immagina padre di un maschietto con cui dividere la passione per il calcio, ma fatica a capire la moglie Manuela, preda dell’isteria causata dal bombardamento ormonale unita alla rabbia che prova nel doversi sobbarcare rischi e disagi a causa della sterilità del marito. C’è un’evidente diversità tra il bisogno viscerale di avere un figlio della donna, e la visione giocosa con cui Franco affronta la vita.
“Il matrimonio” è la decisione di una coppia gay di convolare a giuste nozze, tra il bisogno di normalità di Filippo, che vorrebbe addirittura adottare un bambino e formare una famiglia, e la considerazione di Fosco, più razionale e disincantato, anche perché reduce dal naufragio di un legame etero, convinto che l’unica concezione di famiglia sia quella tradizionale. Ma le difficoltà uniscono, e danno un senso diverso alle cose. C’è la difficoltà di affrontare col proprio padre la diversità e il bisogno di viverla apertamente; la necessità di farsi accettare per quello che si è e il doversi scontrare con la ristrettezza mentale, subendo vessazioni; l’orrore del vedersi considerato perverso per aver posato la mano sulla spalla di un “vero maschio”;
e c’è il coraggio di reagire alla violenza, che non ha mai giustificazione.
Infine “L’amore estremo”, cioè Cecilia, splendida spagnola che entra con tutta la prepotenza della bellezza e della gioventù nella vita piatta di Ernesto, un cinquantenne mortificato da una moglie amorfa e da una figlia troglodita. Un raggio di sole per l’uomo, che gode di credibilità soltanto al lavoro. La fanciulla caliente risveglia in Ernesto la sua voglia d’innamorarsi e gli fa letteralmente perdere la testa: per essere all’altezza di Cecilia, egli assume le famose pillole blu ed entra in un vortice di notti insonni trascorse a fare ragazzate, fino a che si trova a dover fare i conti con l’anagrafe. L’istinto di conservazione ha la meglio su tutto, anche sulle crisi di mezz’età. Un matrimonio tra due persone che non si parlano da anni, e forse non si sono mai conosciute; le vicende della vita che diventano opportunità di confronto, probabilmente non raccolte; lo stare insieme perché “è normale” che si scontra con la necessità d’amare e di essere amati; la genitorialità più come dovere sociale che come atto d’amore.
E’ possibile parlare di temi importanti anche con leggerezza, soprattutto se gli attori sono bravi.
Chiara Tamborini
Segue “Maternità”, l’epopea di una coppia che ricorre all’inseminazione artificiale, ed è costretta a rivolgersi ad una clinica spagnola. Franco si immagina padre di un maschietto con cui dividere la passione per il calcio, ma fatica a capire la moglie Manuela, preda dell’isteria causata dal bombardamento ormonale unita alla rabbia che prova nel doversi sobbarcare rischi e disagi a causa della sterilità del marito. C’è un’evidente diversità tra il bisogno viscerale di avere un figlio della donna, e la visione giocosa con cui Franco affronta la vita.
“Il matrimonio” è la decisione di una coppia gay di convolare a giuste nozze, tra il bisogno di normalità di Filippo, che vorrebbe addirittura adottare un bambino e formare una famiglia, e la considerazione di Fosco, più razionale e disincantato, anche perché reduce dal naufragio di un legame etero, convinto che l’unica concezione di famiglia sia quella tradizionale. Ma le difficoltà uniscono, e danno un senso diverso alle cose. C’è la difficoltà di affrontare col proprio padre la diversità e il bisogno di viverla apertamente; la necessità di farsi accettare per quello che si è e il doversi scontrare con la ristrettezza mentale, subendo vessazioni; l’orrore del vedersi considerato perverso per aver posato la mano sulla spalla di un “vero maschio”;
e c’è il coraggio di reagire alla violenza, che non ha mai giustificazione.
Infine “L’amore estremo”, cioè Cecilia, splendida spagnola che entra con tutta la prepotenza della bellezza e della gioventù nella vita piatta di Ernesto, un cinquantenne mortificato da una moglie amorfa e da una figlia troglodita. Un raggio di sole per l’uomo, che gode di credibilità soltanto al lavoro. La fanciulla caliente risveglia in Ernesto la sua voglia d’innamorarsi e gli fa letteralmente perdere la testa: per essere all’altezza di Cecilia, egli assume le famose pillole blu ed entra in un vortice di notti insonni trascorse a fare ragazzate, fino a che si trova a dover fare i conti con l’anagrafe. L’istinto di conservazione ha la meglio su tutto, anche sulle crisi di mezz’età. Un matrimonio tra due persone che non si parlano da anni, e forse non si sono mai conosciute; le vicende della vita che diventano opportunità di confronto, probabilmente non raccolte; lo stare insieme perché “è normale” che si scontra con la necessità d’amare e di essere amati; la genitorialità più come dovere sociale che come atto d’amore.
E’ possibile parlare di temi importanti anche con leggerezza, soprattutto se gli attori sono bravi.
Chiara Tamborini








