Il rifiuto di vivere
Paolo Crepet – Francesco Florenzano
“Il rifiuto di vivere” Anatomia del suicidio

Dalla fine del secondo dopoguerra ad oggi, l’andamento è altalenante: il boom economico, con tassi d’occupazione più alta e l’aumento della scolarizzazione, miglioramento delle condizioni di vita ed abbassamento della mortalità infantile, segnano una forte diminuzione dei suicidi fino al 1966, tendenza che si inverte bruscamente nel quinquennio 1973-1977 e registra un’impennata nel periodo fino al 1993, per poi assestarsi stabilmente ai livelli attuali, i più alti in assoluto di tutti i tempi.
Nel nostro paese, l’incidenza del suicidio riguarda più gli uomini delle donne, anche se dall’inizio del Novecento ad oggi la differenza si è attenuata, mantenendosi costante nel rapporto 3 a 1 in favore dei maschi. Altre peculiarità rilevate, sono quelle legate alle aree geografiche: al sud e centro Italia la tendenza suicida è inferiore a quella del nord, in qualsiasi epoca presa in esame, e nelle aree rurali e nei piccoli capoluoghi di provincia, il tasso è doppio rispetto alle grandi città o ai comuni capoluogo di provincia. A livello europeo, il tasso di suicidi, nella comparazione tra i diversi paesi, è assai più elevato tra gli immigrati che tra i nativi delle singole nazioni prese in esame, ed anche di quello delle nazioni d’origine. Ovunque, nel mondo, il suicidio figura tra le dieci cause più frequenti di morte e nei paesi europei e nordamericani è in costante aumento, in maniera direttamente proporzionale allo sviluppo economico.
Tra gli adolescenti, esiste anche il fenomeno del tentato suicidio, che riguarda soprattutto le ragazze, con una tendenza a ripetere il gesto nel corso della vita, mentre il suicidio vero e proprio riguarda soprattutto i maschi. I motivi che spingono gli adolescenti al suicidio sono molteplici: la disaggregazione sociale, la destrutturazione culturale (infatti, gli indiani d’America hanno percentuali altissime di suicidi in età giovanile), i matrimoni precoci (vissuti come “fuga” dalla famiglia), condizioni lavorative estreme, provenienza da famiglia traumatiche (violenze sessuali subite nell’infanzia, incesti), la condizione di studente (gli iscritti all’università sono particolarmente esposti al rischio suicida). La fragilità del nucleo famigliare, la morte di un genitore, precedenti di suicidi o tentati suicidi tra genitori e parenti stretti, familiarità con disturbi depressivi, l’abuso di alcool, droghe e psicofarmaci, l’emarginazione, sono fattori predisponenti. Disistima, senso di sfiducia, insuccessi scolastici, sanzioni disciplinari, sono, invece, fattori precipitanti.
Riguardo gli adulti, è fondamentale la condizione lavorativa che, se viene percepita come declassante (rispetto, ad esempio, al livello sociale del padre o delude le proprie aspettative) o come carenza personale ingiustificabile, può spingere al suicidio. Alcune caratteristiche del rapporto occupazione/qualità della vita sono considerate a rischio: la precarietà del lavoro e la mancanza di garanzie per un’occupazione duratura; un cattivo stato di salute che implichi assenze dal lavoro e il rischio di perderlo; l’instabilità economica del datore di lavoro quale preludio a licenziamenti. La disoccupazione è un fattore di rischio: più a lungo dura e maggiore è la possibilità di suicidio (fino a 10 volte superiore rispetto agli occupati). Un’indagine svolta a Torino fra il 1981 ed il 1985 sul fenomeno della cassa integrazione (forma anomala di disoccupazione), ha riscontrato nei lavoratori in questa situazione una mortalità per suicidio più che doppia (e in costante ascesa), rispetto agli occupati, a parità di condizioni sociali e di grado d’istruzione.
Se la morte di un adolescente o di un giovane per suicidio suscita sempre scalpore, quella di un anziano non colpisce altrettanto, eppure si tratta di un fenomeno in ascesa, soprattutto nella fascia d’età fra i 60 e i 75 anni, a causa dell’inasprimento delle condizioni di vita degli anziani e della crisi che ha colpito l’intero sistema di tutela sociale. Spesso la solitudine, di lunga durata o recente, a causa della morte del proprio compagno, condizioni economiche precarie, la presenza di un figlio con handicap fisico o mentale, l’essere affetto da una grave malattia, l’isolamento sociale, sono fattori di rischio importanti per gli anziani.
Si sbaglia pensando al suicidio come atto in sé, senza considerare l’ambiente in cui ha vissuto il suicida, spesso determinante: il carcere, l’ospedale psichiatrico e la caserma, ad esempio, sono luoghi in cui vige un controllo totale e l’esigenza custodialistica prevale sul diritto alla libera espressione della personalità, con conseguenze spesso devastanti, e togliersi la vita può diventare un estremo tentativo di richiesta d’aiuto o di attenzione. Il tentativo di capire cosa spinga una persona a togliersi la vita, viene spiegata da Freud con l’incapacità di volgere la propria aggressività (=istinto di morte), verso l’esterno, introiettata verso l’autodistruzione. Attualmente si tende a comprendere il fenomeno attraverso una visione multidisciplinare e multifattoriale. Attuali ricerche hanno dimostrato una correlazione significativa tra basse concentrazioni dei metabolici della serotonina e una sintomatologia depressiva che potrebbe determinare un più alto rischio di suicidio.
Un programma di prevenzione deve considerare gli elementi che possono agganciare il momento di crisi ad una rete di supporto sociale, sanitario, psicologico in grado di aiutare e rispondere tempestivamente ai problemi che ne sono la causa. Normalmente si ignora tutto ciò che è vicino alla morte, ma in questo caso c’è un’aggravante: ogni volta che una persona decide deliberatamente di togliersi la vita, vengono chiamati in causa tutti coloro che l’hanno conosciuta e non ne hanno colto la sofferenza e i segnali di disagio. Chi è deciso a portare fino in fondo il suo proposito di morte non per questo non ha alcuna probabilità di essere aiutato in tempo: è possibile cogliere i primi segni di un momento di sconforto o di crisi, e un operatore che si rispetti non può ignorarli, né sottovalutarli.
22 dicembre 2006








