Il mio cielo
Recensione del libro
“Il mio cielo – la mia lotta contro il dolore”
di Dalila Di Lazzaro
Edizioni Piemme

Per chi si aspetta una raccolta di pettegolezzi sul mondo del jet-set, questo libro è una delusione. Questo è un libro per chi sa guardare oltre l’apparenza, ed accoglie con rispetto le parole di una donna che la vita ha duramente colpito fin dall’infanzia, ripetutamente e senza pietà, quasi l’aver ricevuto dalla natura una bellezza straordinaria fosse una colpa da scontare a prezzo di sangue.
Dalila Di Lazzaro ha superato la sua naturale riservatezza per aprirsi nella sua interezza, senza censure e soprattutto senza incensarsi, offrendo il racconto della sua vita, offrendo la sua rabbia e la sua voglia di vivere. Fin dalle prime pagine, colpisce il suo bisogno d’amore perennemente disatteso, le infinite delusioni ricevute da false amicizie che hanno approfittando del suo bisogno di credere in qualcuno, e dagli uomini che si sono fatti beffe della sua ricerca di certezze.
Dopo aver raggiunto la notorietà, l’attrice ha perso il figlio Christian, e da allora ha intrapreso una battaglia perchè sia concesso anche ai singles di adottare un bambino: al momento non è ancora possibile, ma nel frattempo si è creato un movimento d’opinione trasversale, ed è stata varata una nuova legge sulle adozioni più illuminata rispetto alla precedente.
Nel 1997 un incidente stradale le ha causato una lesione che, nonostante il pellegrinaggio incessante in Europa e negli Stati Uniti, tra medici di fama e cliniche specializzate, è stata compresa con un ritardo che le è costato tre anni di allettamento continuo.
Dopo essersi ripresa, seppur parzialmente, a causa della colpevole superficialità di una collaboratrice, ha subito un secondo trauma al collo che l’ha fatta nuovamente precipitare in un abisso di sofferenza.
Quest’ultimo danno si è sovrapposto alla frattura calcificata dell’atlante, (la prima vertebra) danneggiandone la parte sensoriale in modo irreversibile, e le ha comportato altri cinque anni di letto e la convivenza col dolore cronico. Fa rabbrividire che perfino i medici stentino a credere che il dolore fisico incessante, simile a una scossa elettrica continua, sia reale e non frutto dell’immaginazione del paziente. E alle espressioni dubitative o ironiche si aggiunge il non riconoscimento del dolore cronico come malattia invalidante: questa lacuna assicurativa impedisce alle persone indigenti di poter trovare rimedi, seppur blandi e di breve durata.
Dalila Di Lazzaro ha affrontato ed affronta tuttora con grandissima dignità la sua sofferenza, ma anche questa volta con generosità ha fatto della sua situazione personale una cassa di risonanza per chi si trova a combattere contro il silenzio, l’incredulità, la curiosità morbosa e l’indifferenza. Ha messo la sua celebrità al servizio di chi non trova ascolto, perché soffrire non diventi una condanna senza appello.
Immaginiamo una donna intelligente e sensibile costretta in un letto senza neanche potersi permettere il lusso di cambiare posizione fino a piagarsi, fino a scendere nel baratro della disperazione dove ogni singolo minuto trascorso nel dolore dura anni luce, ed è mostruoso pensare a quanti minuti compongono gli anni che non vedono avvicinarsi la speranza. La solitudine totale, che si vive solo quando la vita piega a terra, consente di scavare a fondo nelle pieghe più recondite del proprio essere, abbandonando ogni orpello per raggiungere l’essenziale. Così, svanisce la diva ed emerge la donna, in tutta la sua profondità, forza e intelligenza che annientano l’effimero.
“Il mio cielo” è un urlo che vuole scuotere le coscienze sopite che si indispongono quando chi subisce un sopruso urla di rabbia e reclama la giustizia che gli spetta. E’ un grido d’aiuto che desidero raccogliere, pregno della fatica e della disperazione che il dolore assoluto porta con sé, e che diventa speranza quando, attraverso la generosità, assume un senso. E’ un esempio di generosità assoluta che non può non commuovere. E’ un libro per le persone di buona volontà che sanno riconoscere il dolore, inadatto a chi si scandalizza quando sente parlare di sofferenza e la archivia frettolosamente perché non ne sopporta il racconto. A questi gusci vuoti pseudointellettuali lascio le acrobazie onanistiche e parolaie che gratificano la loro miseria morale.
Grazie, signora Di Lazzaro per aver saputo trasmettere il valore assoluto della vita, che toglie tanto ma altrettanto riesce a dare, perfino quando non c’è più posto per nulla, neanche per le illusioni. La vita è fatta di dolore e di coraggio nell’affrontarlo, non di codardia. Ed ai coraggiosi, che scendono nell’abisso della sofferenza, è dato di capire il senso delle cose, che arriva al cuore prima che al cervello.
Dalila Di Lazzaro ha superato la sua naturale riservatezza per aprirsi nella sua interezza, senza censure e soprattutto senza incensarsi, offrendo il racconto della sua vita, offrendo la sua rabbia e la sua voglia di vivere. Fin dalle prime pagine, colpisce il suo bisogno d’amore perennemente disatteso, le infinite delusioni ricevute da false amicizie che hanno approfittando del suo bisogno di credere in qualcuno, e dagli uomini che si sono fatti beffe della sua ricerca di certezze.
Dopo aver raggiunto la notorietà, l’attrice ha perso il figlio Christian, e da allora ha intrapreso una battaglia perchè sia concesso anche ai singles di adottare un bambino: al momento non è ancora possibile, ma nel frattempo si è creato un movimento d’opinione trasversale, ed è stata varata una nuova legge sulle adozioni più illuminata rispetto alla precedente.
Nel 1997 un incidente stradale le ha causato una lesione che, nonostante il pellegrinaggio incessante in Europa e negli Stati Uniti, tra medici di fama e cliniche specializzate, è stata compresa con un ritardo che le è costato tre anni di allettamento continuo.
Dopo essersi ripresa, seppur parzialmente, a causa della colpevole superficialità di una collaboratrice, ha subito un secondo trauma al collo che l’ha fatta nuovamente precipitare in un abisso di sofferenza.
Quest’ultimo danno si è sovrapposto alla frattura calcificata dell’atlante, (la prima vertebra) danneggiandone la parte sensoriale in modo irreversibile, e le ha comportato altri cinque anni di letto e la convivenza col dolore cronico. Fa rabbrividire che perfino i medici stentino a credere che il dolore fisico incessante, simile a una scossa elettrica continua, sia reale e non frutto dell’immaginazione del paziente. E alle espressioni dubitative o ironiche si aggiunge il non riconoscimento del dolore cronico come malattia invalidante: questa lacuna assicurativa impedisce alle persone indigenti di poter trovare rimedi, seppur blandi e di breve durata.
Dalila Di Lazzaro ha affrontato ed affronta tuttora con grandissima dignità la sua sofferenza, ma anche questa volta con generosità ha fatto della sua situazione personale una cassa di risonanza per chi si trova a combattere contro il silenzio, l’incredulità, la curiosità morbosa e l’indifferenza. Ha messo la sua celebrità al servizio di chi non trova ascolto, perché soffrire non diventi una condanna senza appello.
Immaginiamo una donna intelligente e sensibile costretta in un letto senza neanche potersi permettere il lusso di cambiare posizione fino a piagarsi, fino a scendere nel baratro della disperazione dove ogni singolo minuto trascorso nel dolore dura anni luce, ed è mostruoso pensare a quanti minuti compongono gli anni che non vedono avvicinarsi la speranza. La solitudine totale, che si vive solo quando la vita piega a terra, consente di scavare a fondo nelle pieghe più recondite del proprio essere, abbandonando ogni orpello per raggiungere l’essenziale. Così, svanisce la diva ed emerge la donna, in tutta la sua profondità, forza e intelligenza che annientano l’effimero.
“Il mio cielo” è un urlo che vuole scuotere le coscienze sopite che si indispongono quando chi subisce un sopruso urla di rabbia e reclama la giustizia che gli spetta. E’ un grido d’aiuto che desidero raccogliere, pregno della fatica e della disperazione che il dolore assoluto porta con sé, e che diventa speranza quando, attraverso la generosità, assume un senso. E’ un esempio di generosità assoluta che non può non commuovere. E’ un libro per le persone di buona volontà che sanno riconoscere il dolore, inadatto a chi si scandalizza quando sente parlare di sofferenza e la archivia frettolosamente perché non ne sopporta il racconto. A questi gusci vuoti pseudointellettuali lascio le acrobazie onanistiche e parolaie che gratificano la loro miseria morale.
Grazie, signora Di Lazzaro per aver saputo trasmettere il valore assoluto della vita, che toglie tanto ma altrettanto riesce a dare, perfino quando non c’è più posto per nulla, neanche per le illusioni. La vita è fatta di dolore e di coraggio nell’affrontarlo, non di codardia. Ed ai coraggiosi, che scendono nell’abisso della sofferenza, è dato di capire il senso delle cose, che arriva al cuore prima che al cervello.
27 aprile 2007








