La figlia di Belshazzar

Un delitto aberrante sconvolge un quartiere ed apre parecchi interrogativi, che Ikmen non si accontenta di spiegare nel modo più semplice. Aiutato dal fido sergente Mehmet Suleyman, (mussulmano osservante di grande bellezza e succube della propria madre), sonderà le vite passate e presenti dei sospetti. Il sipario si apre su scenari imprevisti, che originano ai tempi dello zar Romanoff, e si perpetuano in rituali assurdi e totalmente avulsi dalla realtà, chiaramente patologici.
La trama è intrigante fino a quando non rallenta “tirata per i capelli”, riaccelerando di colpo alla fine in modo quasi convulso. Sono piacevoli alcuni ritratti dei personaggi e della cultura cui appartengono: totalmente fuori luogo gli indugi nel morboso. L’eccessivo spazio dato alle descrizioni dei particolari macabri, alla dissolutezza sessuale, alla sporcizia dei corpi e dei luoghi, non servono a catturare l’attenzione, e sono superflui al racconto.
Ciò che resta è Ikmen, unico motivo per cui si potrebbero leggere altri romanzi dell’autrice che lo vedano protagonista, con la sua intelligenza che supera le barriere nell’amicizia fraterna col medico legale Arto Sarkissian, evidentemente armeno, e col sottoposto Cohen, col quale si rapporta con indifferenza non per le evidenti origini ebraiche, bensì per lo stile di vita eccessivamente fatuo. La morale del libro è che qualsiasi rifiuto all’integrazione comporta prezzi spaventosi da pagare, in termini di salute mentale, e questo lo riabilita.
Tratto dal libro “…Imprecò di nuovo, pronunciando la parola “bastardo!” a voce bassa, per paura di svegliare la famiglia. Dopodichè si alzò a sedere e invece di darsi al consueto ripasso degli orrori di un’altra notte insonne, più produttivamente rivolse i suoi pensieri al caso di cui si stava occupando. Prima che lui e il sonno ingaggiassero la loro quotidiana battaglia notturna per la supremazia, Ikmen aveva buttato giù alcuni appunti sulle possibili piste attraverso il labirinto di indizi raccolti fino a quel moment sul caso Meyer. Con un gesto lento ma abile raccolse una sigaretta da terra, e l’accese. Sentendosi meglio, si alzò e andò barcollando verso l’interruttore, lo girò e la stanza fu rischiarata dalla luce tremolante del neon. Mentre si trascinava di nuovo al divano stropicciandosi gli occhi, prese il taccuino dal posto in cui lo aveva messo diverse ore d’agonia prima… in cima a un mucchio di biancheria da lavare. Poi, immerso nella nuvola di fumo della sigaretta, si sedette a riguardare il lavoro che aveva fatto…”








