La leggenda del santo bevitore
Recensione dello spettacolo teatrale
“La leggenda del santo bevitore”
di Joseph Roth
con Piero Mazzarella

Un monologo che è un pezzo di bravura giocato sul protagonista, i cui 65 anni di palcoscenico si sentono tutti in talento, mestiere, presenza scenica, nella capacità di giostrarsi nelle battute dimenticate o sbagliate quanto nell’autoironia.
La storia si snoda tra realtà e immaginazione, tra ricordi e fantasie che prendono corpo, tra il senso del dovere nel portare a termine un impegno preso e il desiderio di suggere dalla vita la bellezza, dipanando le vicissitudini verso l’accettazione piena e totale della morte, altrettanto bella.
Andreas, il protagonista, si sovrappone a Roth (l’autore), mentre si percepisce la partecipazione attiva di Mazzarella uomo, oltre che attore. I ruoli marginali di Giovanni Lucini (il barista) e di Linda Gennari (voce narrante) sono la cornice elegante che valorizza il quadro.
E ciò che emerge è la bellezza interiore dell’essere umano emarginato, alcolizzato, reietto, cui la vita offre una possibilità quando ormai non c’è più posto per la speranza. All’inatteso dono il clochard risponde con onore, attraverso la parte migliore di sé, pur colma di fragilità: un’onestà che verrà nuovamente premiata nella benedizione della morte dolce.
Lo spazio scenico disegnato da Gian Maurizio Fercioni è splendido, così come le “suggestioni visive” di Stalker, curatissime, sottolineano i passaggi salienti del racconto: nel complesso, un adattamento del testo molto bello, con sprazzi musicali armoniosi.
Un lavoro di qualità, come sempre accade quando Andrée Ruth Shammah mette in scena un testo, riuscendo ad individuare il modo migliore per valorizzarlo e l’attore più adatto ad interpretarlo. Una garanzia di qualità.
Nella fattispecie, la regista ha pensato il lavoro per Mazzarella, che ha saputo renderlo vivo cucendoselo addosso. Un Mazzarella che saluta il pubblico gigioneggiando, e infonde una grande tenerezza. Da vedere.
22 dicembre 2007








