Nostra signora del reality

La televisione italiana propone in prima serata, ahimé con sempre maggior frequenza, programmi d’intrattenimento che soltanto un eufemismo potrebbe definire scadenti, e in un paese in cui ciò che viene proiettato sul rettangolo magico viene preso per oro colato, assume un particolare gravità.
L’Italia è un paese in cui si pubblicano centinaia di migliaia di libri all’anno, ma se ne leggono pochissimi e tra i pochi preferibilmente i best sellers, come si ascolta il telegiornale distrattamente, e si prediligono i quiz ai programmi d’informazione.
Col trascorrere del tempo, dagli anni 60 ad oggi c’è stato un progressivo imbarbarimento nella programmazione: i varietà sono scomparsi, soppiantati da fanciulle che fanno a gara per mostrare il più possibile il proprio corpo, unica risorsa su cui far leva i TV; i balletti sono diventati semplici gesti meccanici e ripetitivi; la comicità è relegata in spazi costruiti appositamente, la scelta degli ospiti è legata alla pubblicità su un film in uscita – preferibilmente quelli che abbinano le vacanze natalizie a località turistiche alla moda – o pretendono di far passare la starlette del momento come protagonista del teatro italiano.
Perfino i quesiti posti nei quiz sono scesi di livello: spesso capita di sentir porre domande alle quali qualsiasi ragazzino di terza media potrebbe essere in grado di rispondere.
La superficialità regna sovrana, unita all’improvvisazione e alla totale assenza di talento: ormai, gli unici requisiti che permettano di strappare contratti miliardari e di raggiungere la popolarità.
Si diventa qualcuno, cioè si è riconosciuti e fermati per strada dalla gente, se si riesce ad entrare in sintonia col piattume generale. C’è malcontento perché la situazione economica è precaria, ma il popolo italico non si lamenta, se non borbottando sui mezzi pubblici, non scrive ai giornali per far sapere cosa pensa davvero, non scende in piazza a protestare neanche quando viene tartassato all’inverosimile.
Ci sarebbe da chiedersi perché, ma la risposta è molto più semplice da trovare di quanto si pensi: è tutto “merito” della TV!
La sera le persone rientrano a casa dopo una giornata faticosa, e anziché desiderare di cambiar in meglio la qualità della propria vita, mandano in standby il cervello accendendo il famigerato televisore, che catapulta una serie di banalità col potere di sedare e fuorviare gli istinti sani di chi ascolta e guarda.
Raramente capita di vedere un film intelligente, un dibattito obiettivo, un programma d’informazione non pilotato, se non in terza serata, orario in cui la stragrande maggioranza delle persone non può permettersi di guardare la televisione, dovendosi alzare il mattino successivo per andare al lavoro.
E quando la rabbia inizia a salire in maniera tangibile, ecco propinato il programma più aberrante che si possa ideare: il reality!
L’intento è duplice: scaricare le frustrazioni personali del telespettatore sul personaggio che interpreta il ruolo negativo, spesso perché non rispetta alcune regole o perché non si omologa ai diktat degli “autori”, e far passare il concetto che andare a lavorare per uno stipendio che consente a malapena di vivere è duro, ma anche chi potrebbe permettersi un tenore di vita elevato può scegliere di affrontare delle difficoltà. Anche i ricchi piangono, o mal comune mezzo gaudio, insomma.
Manipolazione del pubblico, quindi.
Ma anche messa alla berlina dei concorrenti, personaggi che dopo un breve successo sono stati messi nel dimenticatoio dal pubblico e costretti a recitare il ruolo che si pensa possa essere vincente per tornare in auge, disposti a stare con le telecamere incollate persino durante il sonno o mentre vanno in bagno.
E’ un gioco al massacro, nel quale tutti contro tutti, sottoposti alle umiliazioni che di volta in volta “gli autori” ideano, specialmente quando l’audience fatica a salire.
Per tirar fuori il meglio dal telespettatore voyeur, occorre un conduttore totalmente privo di scrupoli, portatore insano del principio “il fine giustifica i mezzi”, su cui ha costruito la sua, per così dire “carriera”.
In questo momento, nel nostro Paese, lo scettro indiscusso è saldamente tenuto in pugno da Simona Ventura, che io definisco Nostra Signora del Reality, emblema del cinismo portato all’ennesima potenza.
La suddetta utilizza il mezzo televisivo per sfogare i propri rancori personali esaltando chi fa impennare lo share e letteralmente dilaniando chi osa contestare il reality. Le sue vittime predilette sono i concorrenti che non riesce a tenere a bada: più sfuggono al suo controllo e più vengono messi alla gogna mediatica.
E’ indispensabile ripeterle più volte che è l’unica, la migliore, per entrare nelle sue grazie, confessando il proprio essere nullità e prostrandosi alla sua onnipotenza per essere accettati nella cerchia degli adepti. Si sfiora il culto della personalità: rifarsi il seno diventa uno stile di vita, come abbinare il maculato allo strass diventa chic, specie se portato con un reggiseno a vista di diverso colore. Si è costruita il personaggio della vincente, e il pubblico è caduto nella trappola: piace perché è arrogante, mediocre, volgare, superficiale, estremamente aggressiva: il pubblico si riscatta in lei, che usa il potere mediatico di cui è ben consapevole per sfogare il suo personale scontento.
Francamente è difficile riuscire a reggere in video la presenza di una donna che urla a squarciagola ad un ospite “io me ne frego della tua arte”,, accompagnando la frase con gesto adatto più alle beghe condominiali che alla televisione. E’ difficile non provare disgusto nel vederla cantare “Osanna nell’alto dei cieli” per coprire un ospite che sta parlando, ma ciò che fa davvero accapponare la pelle è il coro del pubblico che l’accompagna, e deride la malcapitata di turno, cui viene rimproverato di non aver dettagliato il proprio curriculum formativo.
Sfugge la differenza tra un interrogatorio in commissariato e un’intervista, soprattutto, se il “reato” commesso è una pura e semplice divergenza di opinioni, e la vittima ha osato dire come sia triste che una ragazza laureata, priva di problemi economici, si degradi a farsi fotografare per un calendario. Parere più che legittimo? Assolutamente no! Nostra Signora da tempo sostiene i calendari come normale tappa di non si sa bene quale carriera, e pubblicizza ammirata le fotografie!
Il concetto di dignità le è estraneo, e del resto il femminismo è ormai così fuori moda!
La regina del qualunquismo sostiene l’appiattimento, l’omologazione, ed innalza tutto ciò che si discosta dalla cultura: i canzonettari sono idoli, i maschilisti sono “leoni”, i pettegolezzi sulla vita privata (purché sia quella altrui) sono must, le persone aggressive sono miti, gli sgrammaticati portati ad esempio.
In questo mare di miseria umana e professionale, Nostra Signora regna incontrastata con tutto il suo potere, fatto di urla sguaiate; pseudoreligiosità sbandierate come manierismi impermeabili alla bestemmia; arrabbiature che sfoga sbranando il malcapitato di turno; potere che viaggia principalmente su un argomento che in Italia, oggi più che mai, fa molta presa: un’evidente quanto tristissimo rancore verso le donne dotate di cervello che non ambiscono a diventare veline.
E’ soprattutto questo che le fa protendere inverosimilmente la virile mascella,, pronta a dilaniare, ed è questo che piace alla sua claque di adoranti.
Quarant’anni fa il grande Pasolini disse che la televisione non è solamente un elettrodomestico, ma può manipolare le menti. Venne contestato duramente, e tra i detrattori ci fu Enzo Biagi. E’ il destino dei precursori, profeti inascoltati. Ma noi continuiamo a belare!
08 dicembre 2006
La Pecora Nera








