Lo psicodramma
Chi si avvicina, per vari motivi, alla psicologia, porta con sé l’immagine di uno psicologo a cui parlare dietro una scrivania o sdraiati su un lettino o in un gruppo.
Raramente a chi di psicologia non si occupa, viene in mente lo psicodramma ma quando si legge o si ascolta questa parola ci si domanda..cos’è lo psicodramma?
Vediamo di cosa si tratta.
Lo psicodramma è una tecnica psicoterapeutica introdotta dal sociologo e psichiatra J.L. Moreno negli anni venti. L’etimologia del nome contiene il significato del metodo: Psiche in Azione. Nello specifico, lo psicodramma consiste nel rappresentare il proprio “teatro di vita”, ricreando situazioni realmente vissute, con l’obiettivo di esplorare problemi emotivi, i ruoli propri ed altrui, le proprie aree di conflittualità ed altro ancora …. considerando la complessità dell’essere umano e dalla sua vita relazionale.
Mentre tutti gli orientamenti della psicoanalisi sono, essenzialmente, ramificazioni dell’albero freudiano, lo psicodramma è UN ALBERO NUOVO.
“Ha radici diverse, antenati diversi, ascendenze diverse. Il cavallo e l’aeroplano sono entrambi mezzi di trasporto, ma possono difficilmente esser confrontati quanto a struttura fisica, causa e effetto. Allo stesso modo la psicoanalisi e lo psicodramma sono diversi come origine e come obiettivi e hanno orientamento del tutto diverso”. (J.L. Moreno)
L’elemento nuovo introdotto nello psicodramma è il movimento, l’azione che si esprime nella rappresentazione scenica del problema proposto dal paziente.
Qualche nota tecnica potrà servire a “farsi un’idea”.
Nella terapia duale o di gruppo classica dove lo strumento di lavoro è la parola del o dei paziente/i ed i successivi collegamenti, interpretazioni ed ipotesi, l’essenza dello psicodramma è la ricostruzione della scena raccontata dal paziente.
Lo psicodrammatista (ovvero il terapeuta, nell’accezione classica), ha una forma mentis che privilegia l’azione rispetto al racconto: il suo “orientamento” è quello di rappresentare nel qui ed ora , il tempo là e allora raccontato dal paziente.
Per essere più chiari: prima viene rappresentata la scena ricordata, poi avviene la riflessione e la sistematizzazione concettuale.
Ad esempio: se un paziente, nel gruppo, dice “ieri (là e allora), mentre parlavo con mio padre, è successo che…” il conduttore che usa tecniche verbali, sollecita un racconto più approfondito; il conduttore psicodrammatista, invece, usa metodi di azione e potrebbe dire “ piuttosto che raccontare quello che è successo, facciamolo succedere (qui e ora),… scegli qualcuno nel gruppo che può rappresentare tuo padre…”
Nella scena che viene costruita il terapeuta assume la funzione di “regista”, identifica e mette “sul palcoscenico”, nello spazio del cerchio dentro al gruppo, i personaggi e le “cose” che, in quel momento, sono significative per il paziente.
Ciò significa che, utilizzando i membri del gruppo, come io-ausiliari(1), vengono rappresentate non solo tutte le persone, ma anche tutte le “cose” e gli “oggetti” che secondo il paziente hanno un “anima” ovvero, hanno un ruolo importante nel suo ricordo.
Il valore aggiunto della scena rappresentata è quello di accedere direttamente e più velocemente ad aspetti dolorosi e disturbanti del proprio mondo interno che, inconsapevolmente ed allo scopo di proteggersi da ulteriori sofferenze, si tenta di coprire, spostando l’attenzione sui fatti accaduti.
Molto spesso (che non significa “sempre”!), il disagio che si prova in una certa situazione, i sintomi che disturbano la quotidianità, i conflitti relazionali ed altre sofferenze, hanno origine dal “sentirsi” intrappolati in un “ruolo” che non consente di esprimersi con spontaneità. Pertanto, lo stato d’animo che prevale è quello di sentirsi bloccati in un modo di agire, di pensare, di emozionarsi (..in un modo di essere) che impedisce di rivelare le proprie competenze, le proprie risorse, le proprie qualità personali.
Non a caso parlo di rivelare, perché recuperando la propria spontaneità, l’individuo si rivela non solo agli altri ma anche e soprattutto a sé stesso.
Spogliandosi di quel modo di essere incomincia ad essere.
In aiuto a questo recupero della propria spontaneità e creatività, lo psicodramma utilizza la tecnica del “cambio di ruolo” che consente di vedere, di pensare, di sentire come l’altro, che si pensava essere il proprio l’intrappolatore, ci vede, ci sente e ci pensa.
Attraverso questa tecnica il paziente diventa consapevole di come spesso è lui stesso a costruirsi la propria gabbia, riappropriandosi della propria responsabilità, anche a farsi del male.
Facciamo un esempio che potrebbe chiarire meglio ciò che avviene: un ragazzo di 15 anni racconta con dolore che il proprio padre non lo stima, che ogni volta in cui lui cerca di avvicinarsi al padre per condividere un problema, si blocca perché il padre assume un atteggiamento aggressivo e svalutante; alza il tono di voce ed utilizza parole che, secondo il ragazzo, sottovalutano la sua difficoltà. Il ragazzo si è già creato delle convinzioni riguardo all’opinione che il padre ha di lui: non lo stima e sottovaluta ciò che gli accade.
Esplorando la storia del padre si scopre che il padre è stato un adolescente meno ligio del figlio alle regole della famiglia e per questo motivo più spesso in conflitto con i genitori. Attraverso il cambio di ruolo, il ragazzo nei panni del padre dice al figlio “io non riesco a capire perché mi dici che quello è un problema, poi tu fai sempre di testa tua e te la cavi benissimo…io alla tua età non ero così, sbagliavo più spesso…non so come aiutarti…e questo mi fa arrabbiare molto”.
Continuando nell’esplorazione dei contenuti e dei sentimenti del padre-figlio, emerge quanto il padre si senta in ansia per aver la percezione che a 15 anni lui non era così capace di cavarsela di fronte alle difficoltà, diversamente da come il figlio trova buone soluzioni per i propri problemi. Emerge anche, che spesso il padre percepisce l’impotenza di non riuscire a risolvere in prima persona i problemi del figlio, come accadeva invece quando era bambino.
Queste nuove acquisizioni consentono al ragazzo di scoprire il vissuto di un padre che lo stima molto ma che, per proprie difficoltà e per la propria storia personale, assume un atteggiamento che per le caratteristiche comunicative prime definite, blocca e allontana il ragazzo.
Una frase molto significativa esemplifica meglio ciò che accade.
“Un incontro di due: occhi negli occhi, viso a viso.
E quando sarai vicino, scambierò i tuoi occhi con i miei
ed io scambierò i miei coi tuoi,
cosicché io ti guarderò con i tuoi occhi
e tu mi vedrai coi miei”. (J.L.Moreno)
Notate bene: Questo breve articolo ha solo lo scopo di “farsi un’idea” e di rispondere brevemente e in modo non approfondito alla domanda di apertura … “cos’è lo psicodramma?”.
Samantha Pera
(1) termine tecnico per indicare il membro del gruppo che è stato scelto dal protagonista per giocare una parte nella rappresentazione psicodrammatica che si va svolgendo. In questo ruolo, il membro del gruppo incarna, nel qui ed ora psicodrammatico, sia il mondo interno del protagonista, ad esempio un timore, un desiderio, un ideale, una sofferenza fisica … sia persone significative della sua vita reale. Se fin’ora è abbastanza chiaro, si può comprendere come grazie al ruolo dell'io-ausiliario, il protagonista può prendere coscienza dell’esistenza di aspetti di sé prima poco chiari o delle dinamiche conflittuali e dolorose nelle relazioni con le persone per lui importanti, sperimentando nuovi equilibri e modalità di rapporto, più funzionali alla sua economia interna e più adattativi alla realtà esterna.
Raramente a chi di psicologia non si occupa, viene in mente lo psicodramma ma quando si legge o si ascolta questa parola ci si domanda..cos’è lo psicodramma?
Vediamo di cosa si tratta.
Lo psicodramma è una tecnica psicoterapeutica introdotta dal sociologo e psichiatra J.L. Moreno negli anni venti. L’etimologia del nome contiene il significato del metodo: Psiche in Azione. Nello specifico, lo psicodramma consiste nel rappresentare il proprio “teatro di vita”, ricreando situazioni realmente vissute, con l’obiettivo di esplorare problemi emotivi, i ruoli propri ed altrui, le proprie aree di conflittualità ed altro ancora …. considerando la complessità dell’essere umano e dalla sua vita relazionale.
Mentre tutti gli orientamenti della psicoanalisi sono, essenzialmente, ramificazioni dell’albero freudiano, lo psicodramma è UN ALBERO NUOVO.
“Ha radici diverse, antenati diversi, ascendenze diverse. Il cavallo e l’aeroplano sono entrambi mezzi di trasporto, ma possono difficilmente esser confrontati quanto a struttura fisica, causa e effetto. Allo stesso modo la psicoanalisi e lo psicodramma sono diversi come origine e come obiettivi e hanno orientamento del tutto diverso”. (J.L. Moreno)
L’elemento nuovo introdotto nello psicodramma è il movimento, l’azione che si esprime nella rappresentazione scenica del problema proposto dal paziente.
Qualche nota tecnica potrà servire a “farsi un’idea”.
Nella terapia duale o di gruppo classica dove lo strumento di lavoro è la parola del o dei paziente/i ed i successivi collegamenti, interpretazioni ed ipotesi, l’essenza dello psicodramma è la ricostruzione della scena raccontata dal paziente.
Lo psicodrammatista (ovvero il terapeuta, nell’accezione classica), ha una forma mentis che privilegia l’azione rispetto al racconto: il suo “orientamento” è quello di rappresentare nel qui ed ora , il tempo là e allora raccontato dal paziente.
Per essere più chiari: prima viene rappresentata la scena ricordata, poi avviene la riflessione e la sistematizzazione concettuale.
Ad esempio: se un paziente, nel gruppo, dice “ieri (là e allora), mentre parlavo con mio padre, è successo che…” il conduttore che usa tecniche verbali, sollecita un racconto più approfondito; il conduttore psicodrammatista, invece, usa metodi di azione e potrebbe dire “ piuttosto che raccontare quello che è successo, facciamolo succedere (qui e ora),… scegli qualcuno nel gruppo che può rappresentare tuo padre…”
Nella scena che viene costruita il terapeuta assume la funzione di “regista”, identifica e mette “sul palcoscenico”, nello spazio del cerchio dentro al gruppo, i personaggi e le “cose” che, in quel momento, sono significative per il paziente.
Ciò significa che, utilizzando i membri del gruppo, come io-ausiliari(1), vengono rappresentate non solo tutte le persone, ma anche tutte le “cose” e gli “oggetti” che secondo il paziente hanno un “anima” ovvero, hanno un ruolo importante nel suo ricordo.
Il valore aggiunto della scena rappresentata è quello di accedere direttamente e più velocemente ad aspetti dolorosi e disturbanti del proprio mondo interno che, inconsapevolmente ed allo scopo di proteggersi da ulteriori sofferenze, si tenta di coprire, spostando l’attenzione sui fatti accaduti.
Molto spesso (che non significa “sempre”!), il disagio che si prova in una certa situazione, i sintomi che disturbano la quotidianità, i conflitti relazionali ed altre sofferenze, hanno origine dal “sentirsi” intrappolati in un “ruolo” che non consente di esprimersi con spontaneità. Pertanto, lo stato d’animo che prevale è quello di sentirsi bloccati in un modo di agire, di pensare, di emozionarsi (..in un modo di essere) che impedisce di rivelare le proprie competenze, le proprie risorse, le proprie qualità personali.
Non a caso parlo di rivelare, perché recuperando la propria spontaneità, l’individuo si rivela non solo agli altri ma anche e soprattutto a sé stesso.
Spogliandosi di quel modo di essere incomincia ad essere.
In aiuto a questo recupero della propria spontaneità e creatività, lo psicodramma utilizza la tecnica del “cambio di ruolo” che consente di vedere, di pensare, di sentire come l’altro, che si pensava essere il proprio l’intrappolatore, ci vede, ci sente e ci pensa.
Attraverso questa tecnica il paziente diventa consapevole di come spesso è lui stesso a costruirsi la propria gabbia, riappropriandosi della propria responsabilità, anche a farsi del male.
Facciamo un esempio che potrebbe chiarire meglio ciò che avviene: un ragazzo di 15 anni racconta con dolore che il proprio padre non lo stima, che ogni volta in cui lui cerca di avvicinarsi al padre per condividere un problema, si blocca perché il padre assume un atteggiamento aggressivo e svalutante; alza il tono di voce ed utilizza parole che, secondo il ragazzo, sottovalutano la sua difficoltà. Il ragazzo si è già creato delle convinzioni riguardo all’opinione che il padre ha di lui: non lo stima e sottovaluta ciò che gli accade.
Esplorando la storia del padre si scopre che il padre è stato un adolescente meno ligio del figlio alle regole della famiglia e per questo motivo più spesso in conflitto con i genitori. Attraverso il cambio di ruolo, il ragazzo nei panni del padre dice al figlio “io non riesco a capire perché mi dici che quello è un problema, poi tu fai sempre di testa tua e te la cavi benissimo…io alla tua età non ero così, sbagliavo più spesso…non so come aiutarti…e questo mi fa arrabbiare molto”.
Continuando nell’esplorazione dei contenuti e dei sentimenti del padre-figlio, emerge quanto il padre si senta in ansia per aver la percezione che a 15 anni lui non era così capace di cavarsela di fronte alle difficoltà, diversamente da come il figlio trova buone soluzioni per i propri problemi. Emerge anche, che spesso il padre percepisce l’impotenza di non riuscire a risolvere in prima persona i problemi del figlio, come accadeva invece quando era bambino.
Queste nuove acquisizioni consentono al ragazzo di scoprire il vissuto di un padre che lo stima molto ma che, per proprie difficoltà e per la propria storia personale, assume un atteggiamento che per le caratteristiche comunicative prime definite, blocca e allontana il ragazzo.
Una frase molto significativa esemplifica meglio ciò che accade.
“Un incontro di due: occhi negli occhi, viso a viso.
E quando sarai vicino, scambierò i tuoi occhi con i miei
ed io scambierò i miei coi tuoi,
cosicché io ti guarderò con i tuoi occhi
e tu mi vedrai coi miei”. (J.L.Moreno)
Notate bene: Questo breve articolo ha solo lo scopo di “farsi un’idea” e di rispondere brevemente e in modo non approfondito alla domanda di apertura … “cos’è lo psicodramma?”.
Samantha Pera
(1) termine tecnico per indicare il membro del gruppo che è stato scelto dal protagonista per giocare una parte nella rappresentazione psicodrammatica che si va svolgendo. In questo ruolo, il membro del gruppo incarna, nel qui ed ora psicodrammatico, sia il mondo interno del protagonista, ad esempio un timore, un desiderio, un ideale, una sofferenza fisica … sia persone significative della sua vita reale. Se fin’ora è abbastanza chiaro, si può comprendere come grazie al ruolo dell'io-ausiliario, il protagonista può prendere coscienza dell’esistenza di aspetti di sé prima poco chiari o delle dinamiche conflittuali e dolorose nelle relazioni con le persone per lui importanti, sperimentando nuovi equilibri e modalità di rapporto, più funzionali alla sua economia interna e più adattativi alla realtà esterna.








