S.SARI
Una volta, il quotidiano “Sun” rivolse questa domanda ai suoi lettori: “Se scattasse l’allarme dell’incendio, cosa prendereste prima di scappare?”. Una donna rispose: “Dopo essermi assicurata che la mia famiglia sia in salvo, prenderei le fotografie. Posso ricomprarmi tutto, ma non una vita di ricordi”. Questo episodio citato da Linda Berman nel libro “La fototerapia in psicologia clinica” (edizioni Erikson) sottolinea come le fotografie non nascano dal nulla: sono un prodotto della vita e come tali portano con sé una serie di implicazioni. Il testo in questione mostra come la fototerapia sia un metodo molto versatile, adatto a situazioni, approcci e stili terapeutici diversi, che può contribuire in modo significativo all’efficacia dell’intervento psicologico a livello individuale, di coppia e di gruppo. Ne parlo con la dottoressa Barbara Camilli, psicologa-psicoanalista, promotrice insieme a Diego Marchesin dell’Associazione Psicologia Utile di Novara.