Sharon Romano

Crediamoci Sharon...
Questa è la storia di mia figlia Sharon. La storia della sua vita, e forse di tante altre vite segnate nel loro cammino da una serie di accadimenti non proprio allegri o piacevoli. Una storia utile a dimostrare quanto gli eventi che ci gravitano attorno nel corso della vita possano influenzare, nel bene o nel male, il nostro carattere e il nostro modo di vedere, sentire e rapportarci con il mondo.
Ho letto poco fa un libro in cui c’è scritto che noi esseri umani “sentiamo” e “vediamo” le nostre vite come se fossero delle frecce che puntano verso il futuro, verso qualcosa di indefinito e non ancora scritto. Ora più che mai questa consapevolezza la sento come parte integrante del mio modo di intendere il mondo. Nella mia vecchia idea di un universo, diciamo “finito”, mai avrei potuto pensare che certe cose potessero veramente insinuarsi nella mia vita e in quella di mia figlia.
In ogni caso siamo noi a decidere del nostro futuro in tutto e per tutto, ma certe volte ci sfugge come alcuni eventi siano potuti piombare nelle nostre vite così, in un lampo, senza quasi una ragione specifica, come se fosse un destino “altro” a volerci pilotare; anche se in fin dei conti, la verità, pur bella, triste, cinica o ironica che sia, è che ognuno di noi è artefice del suo destino sempre e comunque.
Per raccontarvi questa storia partirò esattamente dall’inizio, nell’attimo esatto in cui l’arciere, una volta raggiunto il momento di massima tensione dell’arco, decide di lasciare la corda dalle proprie dita, lasciando finalmente la freccia libera di cominciare il suo misterioso e imponderabile viaggio. 

Era la mattina del 7 ottobre dell’anno 1993. Dopo un’estate piuttosto calda la temperatura stava tendendo sempre più verso il basso. Io e mia mamma eravamo in casa, sedute in cucina vicino al caldo della stufa a legna. Erano giorni di gran fermento perché si stava avvicinando sempre di più la data di scadenza della nascita del mio primogenito. Ancora non si sapeva se fosse maschio o femmina e, visto che la data di scadenza era prossima, decisi di non volerlo sapere fino all’ultimo. Era un mercoledì mattina, mancava circa una settimana e quel giorno dovetti recarmi in ospedale per una delle ultime visite prima del parto. Ricordo le parole di mia madre: già che ci sei, prepara anche la borsa perché non si sa mai, potrebbero avere intenzione di tenerti lì, in reparto. Io non le diedi retta, convinta com’ero che ancora non era il momento, quindi mi preparai per uscire di casa convinta di essere di ritorno per l’ora di cena.
Mi recai in clinica, accompagnata in macchina da mio fratello e mia mamma. Dopo la visita i medici decisero, con mio stupore, di portarmi in sala parto. Una decisione direi azzardata visto che mi sentivo assolutamente bene e non avevo ancora avuto nessuna contrazione. Fu anche una pessima idea perché, una volta entrata in sala parto, la vista di tutte quelle donne che stavano per partorire mi mise molto in agitazione. C’erano donne che urlavano dal dolore e io cominciai a spaventarmi non poco, così mi feci prendere dall’ansia e cominciai a sfogare il tutto con un pianto a dirotto. La paura e la forte tensione che mi attanagliavano mi fecero avere un mancamento. Le infermiere corsero subito da me, mi accompagnarono fuori dalla sala parto e mi attaccarono alla pancia un macchinario per tenere sotto controllo il battito del cuore del bambino. Poco dopo il medico del reparto passò a sincerarsi sulle mie condizioni di salute e, fortunatamente, gli cadde l’occhio sul monitor. La sua reazione mi spaventò moltissimo. Il dottore chiamò subito le infermiere e mi fece portare d’urgenza in sala parto. Chiesi al medico cosa fosse successo e lui mi rispose che purtroppo il cuore del bambino stava accelerando troppo i battiti, molto probabilmente a causa del cordone ombelicale che si stava attorcigliando intorno al collo rischiando di soffocarlo. Non è necessario dire che  l’idea del parto naturale alla quale si era ipotizzato fino a quel giorno non poteva più essere presa in considerazione. Dopo dieci minuti dalla scoperta del fatto mi trovavo già in sala parto dove, dopo avermi somministrato un anestetico, mi praticarono il parto cesareo.
Aveva cominciato a piovere a dirotto quel pomeriggio, il cielo era coperto da nuvole nere, i lampi erano frequenti e rischiaravano la mia stanza come una vecchia luce che funziona a intermittenza. Era uno di quei temporali che sanciscono definitivamente la fine della stagione, era il segno che l’autunno era ormai alle porte e, proprio così come cambiano le stagioni, stava per cambiare anche la mia vita.

Sharon (era il nome che già avevamo deciso nel caso fosse nata una femminuccia) riuscì a nascere intorno alle dieci di sera ma, a causa del leggero soffocamento che aveva subìto nella pancia, furono costretti a tenerla in incubatrice per maggior sicurezza e ulteriori controlli. È proprio nel periodo in cui la piccola si trovava in incubatrice che successe un episodio particolare.......


 


tratto dal libro in corso di completamento e scritto da Simone Bergamaschi sotto la supervisione della Dottoressa Barbara Camilli e su indicazioni di Angela, mamma di Sharon.